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Circoli Circoli

di Amelie Nothomb

È il racconto corrosivo e surreale di un anno di lavoro in una grande multinazionale giapponese, la Yumimoto: la giovane neoassunta Amélie, felice di aver realizzato il sogno di lavorare nel paese in cui è nata, si trova alle prese con la ferocia degli automatismi della burocrazia aziendale nipponica, dapprima incerta di fronte agli insensati soprusi dei superiori, poi sempre più disincantata, quasi irridente nel proseguire la sua impresa, che si rivela una catartica discesa agli inferi dell'umiliazione, un'esperienza di degrado assoluto vissuta con il sorriso beffardo di chi non riesce a sentire offesa la propria dignità. E tra tutti gli spettatori della sua incredibile parabola, spicca la figura flessuosa e bellissima di Fubuki...

 

Edizione 1° anno 2006
Editore: Guanda - Lingua: francese - Collana: Le fenii tascabili
Pagine: 118 - Traduttore: Bruno B.
ISBN: 8882468976 - EAN: 9788882468972
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«I giorni trascorrevano e io continuavo a non servire a niente. La cosa non mi disturbava più di tanto. Avevo l’impressione di essere stata dimenticata, cosa non del tutto sgradevole. Seduta al mio tavolo, leggevo e rileggevo i documenti che Fubuki mi aveva messo a disposizione. Erano prodigiosamente privi di interesse (…)»

Un anno prima di pubblicare il suo esordio, “Igiene dell’assassino”, la Nothomb si trovava in Giappone, assunta come interprete da un’importante multinazionale. Si trattava d’un ritorno alle origini, perché l’artista belga aveva vissuto i primi anni di vita in quella terra, mantenendone un ricordo splendido e stravagante (cfr. “Metafisica dei tubi”): questo senso di recupero della propria patria ideale e idealizzata poteva significare adesione entusiastica ad uno spirito culturale e un’acritica accettazione delle contraddizioni e dei contrasti del sistema nipponico. Ovviamente, la Nothomb si diletta a spiazzare il pubblico e racconta, nel suo stile scintillante e liquido – senza mai sospendere la narrazione, e senza mai diluirla; ma incidendo, e trascinando via con naturalezza il lettore – d’un anno vissuto difendendo un equilibrio nervoso pericolosamente provato dalle prevaricazioni e dall’autentico mobbing dei suoi diretti superiori. Mobbing avallato dai principi fondanti d’una cultura rigida e conservatrice, eccessivamente ligia alle gerarchie ed estranea – in sede aziendale – alla tolleranza.

Trasfigura la sua esperienza esistenziale – ammettiamo e riconosciamo il retrogusto puramente letterario, per non dover definire questo libro un memoir – e tratteggia e affresca un incontro tra la cultura occidentale e la cultura nipponica negli anni Novanta. L’esito è un romanzo breve di grande fascino e immediatezza, caratterizzato da qualche topos dell’opera nothombiana (adorazione della bellezza femminile, allucinazioni a sfondo mistico – come in “Metafisica dei tubi”, autocitazione nelle ultime battute, affatto velata, al solito – qui rivolta a “Igiene dell’assassino”), giocato su una giustapposizione di eventi simile – per intenderci – ad una striscia di fumetti. Francamente, in più d’un frangente ho immaginato la Nothomb disegnata come Charlie Brown, mentre arrancava e precipitava, di gradino in gradino, nell’organigramma aziendale, a metà strada tra un grottesco impiegato fantozziano e un giovane Peanut in villeggiatura. Ma con più grazia, e deliziosa autoironia.

Veniamo alla trama. 8 gennaio 1990. Amélie è impiegata, da un mese, presso la Yumimoto, ciclopica azienda legata all’import-export planetario. Lavora circa dieci ore al giorno, ha un contratto annuale. È agli ordini della signora Fubuki (“Tempesta di neve”) Mori, dalla voce dolce e piena di intelligenza, perfetta incarnazione della bellezza nipponica, eccezion fatta per la straordinaria statura (splendida la descrizione del suo viso, p. 14).

I suoi incarichi muteranno, sgradevolmente, in un brevissimo lasso di tempo: i suoi superiori rifiutano che un’occidentale possa parlare tanto correttamente il giapponese in presenza di dirigenti d’altre aziende, e preferiscono tramutarla, nell’ordine, in una aggiornatrice di calendari (ma la Nothomb è acrobatica e il suo funambolismo non viene compreso), un’addetta alle fotocopie (spesso imperfette, per questioni millimetriche), un’archivista (estranea alla logica degli zeri, e all’ermeneutica delle sigle), una ragioniera (ma afflitta d’anaritmeticismo), finalmente in una addetta alle pulizie nei bagni (maschili e femminili). Questo per via del suo indegno occidentalismo, deprecato e vituperato a oltranza.

Amélie vivrà questi declassamenti senza orgoglio e senza intelligenza, come ibernata (p. 42): l’adorata Fubuki immagina dapprima che sia una sabotatrice dell’azienda, quindi la reputa pazza, infine preferisce giudicarla una ritardata: ne deriva un rapporto d’insopportabile sudditanza e sottomissione. La Nothomb gongola, sembrando quasi godere dei maltrattamenti, pur di poter contemplare estatica la bellezza della sua responsabile.

Non mancano riflessioni sul sistema autoritario nipponico, sulla inevitabile accettazione delle deviazioni degli individui, piegati e feriti e traviati da imposizioni tanto nette e incomprensibili; segnalo le splendide pagine dedicate al ruolo e alla condizione della donna in Giappone (si veda, ad es., p. 62), destinate – a pieno titolo – a titillare l’interesse dei nostri intellettuali impegnati nei gender studies.

Un libro atipico e brillante – degno della fama dell’autrice.

Scritta il 25/11/2008 alle 20.24 da skinnyangel  0 commenti
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