Storia

 


Circoli Circoli

La prima carta (terza parte)

Prologo del romanzo “Il giardino dei Tarocchi” di Luigi Agostini

Nina non riuscì a raccontare l’accaduto per filo e per segno a Don Michele, si vergognava troppo. Sintetizzò la storia sorvolando sui particolari piccanti ed abbondando invece nel descrivere il Diavolo che l’aveva violentata. Ovviamente il primo commento del padre fu ‘Nina la solitudine fa brutti
scherzi, quando passera` il dottore domani ci parlerò io e ti farò prescrivere degli anti-depressivi...’ Allora lei gli raccontò dello sperma.
«Ho sentito parlare di possessioni diaboliche in cui l’indemoniata secerneva vari tipi di essudato. Vedrai che ti sei sbagliata, chissà che roba era...»
Passeggiando tranquillamente verso casa di lei, Don Michele fece quanto in suo potere per tranquillizzare la povera donna, convinto in cuor suo che la cosa migliore che avrebbe potuto
fare sarebbe stata parlare con Giuliano. Quel vecchio orso doveva decidersi a sposarla e renderla felice una buona volta! Era sicuro che in questo modo gli incubi e le allucinazioni di
Nina sarebbero scomparsi come per miracolo... La lasciò sulla porta di casa con un bacio sulla fronte ed una lunga lista di preghiere che la poveretta avrebbe dovuto snocciolare durante il giorno per tenere lontano il demonio e le sue tentazioni. Stava tornando in Chiesa quando accadde una cosa insolita per un paese semi-deserto come Montarcano. Stava per incrociare quattro persone che sembravano andare in gran fretta da qualche parte. Una delle persone era un prete come lui, gli altri tre invece erano dei gran brutti ceffi. Stavano chiaramente facendo finta di non vederlo. Michele gli rivolse la parola appena furono a portata di voce:
«Buongiorno, sono Don Michele, il parroco.»
«Buongiorno, sono padre Valentini, del Vescovado di Livorno.
Lei non ci chiederà niente, ci lascerà passare e subito dopo dimenticherà di averci visti.»
Michele arrivò in Chiesa domandandosi se parlare con Giuliano sarebbe stato giusto anche nei suoi confronti o se spronandolo al matrimonio per il bene di Nina non avrebbe giocato un brutto
tiro al suo amico. Si domandò anche cosa fosse quella cosa che si era dimenticato, come una presenza sfuggente, che non riusciva ad afferrare, un fatto importante che si era ugualmente
scordato. La sensazione lo fece star male per ore, ma proprio non riusciva a capire perché. Gli sovveniva soltanto che doveva trattarsi di qualcosa che aveva a che fare con un prete...

Nina stava pregando in ginocchio ai piedi del suo letto, quando alzò la testa e vide Padre Valentini.
«Buongiorno, tu farai esattamente quello che ti dirò da questo momento in poi.»
Quello che accadde poi, fu come se stesse succedendo ad un altra persona che si trovava però nel suo stesso corpo. Gli sembrava addirittura di poter vedere se stessa, come in un film.
Lo strano prete ordinò ai suoi sgherri di imbavagliarla, legarla e mettergli le manette, ma di fare attenzione a non danneggiare ‘la bambina’? Improvvisamente si materializzò nella stanza un
uomo che brandiva uno strano artefatto come fosse un’arma, urlando:
«Io sono l’Imperatore, colui che regna e governa con saggezza. In mano tengo la chiave di Ankh, la chiave che apre la porta tra i due regni, quello dei vivi e quello dei morti. La chiave del sapere.»
Alle spalle del quartetto di aggressori della povera Nina si aprì una specie di squarcio, come se la realtà fosse soltanto il fondale strappato di uno spettacolo teatrale da due soldi. Un vento
caldo che sapeva di polvere, di tomba, risucchiò all’interno dello squarcio persone ed oggetti. Tutto ma non il prete, che resisteva, in piedi, immobile come una statua. Riusciva anche a trattenere Nina, con un solo braccio.
«Vattene, adesso. Piuttosto che darla a te la uccido insieme alla bambina»
Padre Valentini aveva rivolto la sua attenzione all’Imperatore e Nina cominciò a sentirsi strana. Con la mano libera tirò fuori dall’incavo del suo seno prosperoso un mazzetto di santini tenuti insieme da un elastico.
«Non dire cazzate per favore... I tuoi trucchetti di possessione non funzionano con me, ed il Papa non ti perdonerebbe mai se la uccidessi!»
L’imperatore dichiarò lo stallo a voce bassa, restando calmo ed impassibile.
Nina ‘ritrovò’ in mezzo ai suoi santini un carta dei tarocchi ingiallita dal tempo. Era lì da sempre, ma se ne era ricordata soltanto adesso. Mentre la guardava, un’antica litania le tornava pian piano in mente. Cominciò a recitarla, sotto il bavaglio, e per incanto le manette si aprirono, le funi si sciolsero.
«Sono la Papessa, colei che sa, ma svela solo in parte il suo sapere. Siedo sul trono tra le due colonne, la vita e la morte, il bene e il male, le colonne Jakim e Boas del Tempio di Salomone. Tengo tra le mani il libro, ma non ho bisogno di leggerne il contenuto. Sono il secondo Arcano Maggiore.»
Gridando per il dolore gli altri due Arcani si accasciarono al suolo, inermi. Nina fece un semplice gesto con la mano destra, simile a quello con il quale gli esseri umani di solito scacciano
le mosche, e rimase di nuovo sola; e nella stanza fu come se non fosse mai successo niente. Ma Nina adesso sapeva. Ricordava. Lei si chiamava Giovanna ed era una delle entità più disgraziate
di tutti gli universi conosciuti. Si sedette sul letto, dalla sua parte preferita. Conoscere il momento della propria morte, sapere che non potrà far niente per evitarla... Che non vorrà, far niente per
evitarla, perché se ci riuscisse potrebbe causare la fine della vita per tutto il genere umano... Questo era il motivo per cui aveva preferito dimenticare tutto.
«Mi dispiace Giovanna. Avrei voluto arr...»
Nina, Giovanna, la Papessa, posò il suo sguardo sul Matto, in piedi davanti a lei con le mani in tasca, e lui si zitti`. Lei si alzò manifestando una stanchezza antica, immensa, lo abbracciò e posò la testa sul suo petto. Potete alzare la polvere fino all’inverosimile, prima o poi si riposerà sul mondo e sembrerà che niente sia veramente accaduto. Nove mesi dopo, tutto il paese (?), cioè i proverbiali quattro gatti, era riunito davanti alla Chiesa di Montarcano per salutare Nina che veniva portata all’ospedale da un’ambulanza della Misericordia, arrivata appositamente da Livorno. Giacomo se n’era andato da tempo, Giuliano e Michele manco si ricordavano più di lui. Velia aveva preso Nina sotto la sua protezione e l’aveva assistita perfettamente durante tutta la gestazione. Ma adesso era
“finito il tempo”. Quello che normalmente per tutti sarebbe stato un momento carico d’ansia ed aspettative, ma fondamentalmente un momento felice, per i cinque amici era invece una situazione
ambigua che li stava allontanando l’uno dagli altri sempre di più, giorno dopo giorno. Il dubbio li tormentava. Chi era il padre?
Quando l’ambulanza scomparve dietro l’ultima curva fu Velia la prima a parlare.
«Perché non ha voluto che l’accompagnassi?»
La domanda, anche se non era stata rivolta a qualcuno in particolare, rimase comunque sospesa nello spazio e nel tempo e fu come se la realtà si stesse ripiegando su se stessa...
Le immagini apparivano rallentate agli occhi dei quattro, ed i suoni erano cancellati dal rumore bianco assordante prodotto da... una biga romana? L’assurda apparizione era dotata di rostri
e lance acuminate che spuntavano orrende dalla fronte dei cavalli schiumanti sudore e sangue come dai mozzi delle due ruote laterali. L’apparizione procedeva a gran velocità verso di loro, ma la cosa più allucinante era il fatto che nessuno teneva le redini, nessuno guidava la biga, era mossa soltanto dalla follia dei due stalloni neri imbizzarriti. Per gli esseri umani, granelli di sabbia nella spiaggia del tempo, non ci fu scampo. Furono straziati dagli zoccoli delle bestie inferocite. I due Arcani Maggiori

 

Scritta da LuigiAgostini il 09/06/20080 commenti

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