Storia

 


Circoli Circoli

La prima carta

Prologo del romanzo “Il giardino dei Tarocchi” di Luigi Agostini

Montarcano era un paesino sperduto nella splendida macchia mediterranea delle colline livornesi. Una sola strada in salita lo attraversava, sin dai tempi che videro il passaggio delle prime legioni romane. Fecero sosta nella fattoria di Velia prima di raggiungere Volterra ed ovviamente sterminarono quasi tutti gli etruschi che vi abitavano. La posizione isolata dal resto del mondo e chissà quali altre recondite motivazioni, fecero sì che nei secoli successivi soltanto una manciata di case ed una piccola chiesa formassero il centro abitato.
Nei primi anni del ventunesimo secolo, soltanto cinque persone vivevano a Montarcano ed
incredibilmente portavano tutte cognomi diversi. Anche Velia ed Andrea, che vivevano insieme da sempre ma non si erano mai voluti sposare. Forse soltanto per indispettire Don Michele.
Quando Velia apri` le persiane, quella mattina maledetta, una luce accecante colpi` le sue pupille ancora assonnate. Il flash proveniva dalla strada, quella che porta al bosco. Si stropiccio` le
palpebre usando gli indici, con forza, come per cancellare quei riflessi che continuava a vedere anche ad occhi chiusi. Mantenendole a stretto contatto con il viso, distese le sue mani callose
segnate dalla campagna e dagli inverni. Come vele spiegate, i palmi aperti scesero piano lungo le guance, stirando i lineamenti ancora piacenti, testimoni degli antichi fasti di una sfiorita bellezza. Inspiro` profondamente l’aria frizzante della campagna d’inverno. Chiuse i lembi della vestaglia sul suo petto, per proteggersi dal freddo. Riparando il viso con il dorso della mano alzata,
torno` ad affacciarsi sapendo già che avrebbe visto l’acciottolato di cui conosceva ogni singola pietra, la casa gialla di Giuliano con i muri ricoperti d’edera rampicante, la lunga fila di porte di
legno, adesso sprangate, dove lei bussava per poi scappare via da bambina; per giocare con gli abitanti di allora, di cui ormai non ricordava più né il nome né i lineamenti.
Invece vide un uomo che camminava. Lentamente, a testa bassa, affrontava svogliato la piccola salita con un grosso zaino sulle spalle. Le fibbie dello zaino riflettevano la luce del sole,
lanciando lampi improvvisi ritmati dal passo incerto dello straniero. Portava un vistoso cappello bianco di paglia, stile Panama, di certo non adatto alle temperature rigide di Montarcano in quel
periodo dell’anno, un giaccone di velluto verde come i pantaloni ed un paio di stivali militari. Velia non riusciva a capire, da quella parte c’era soltanto il bosco e non si poteva accedere a
quella strada con la macchina. Da dove saltava fuori quel tipo che, oltretutto, aveva qualcosa di familiare nel suo aspetto?
Tornò in cucina - doveva preparare la colazione per lei ed il marito - pensando che forse lo straniero aveva usato una moto od era stato accompagnato lì da qualcuno. Ma perché, cosa lo
portava in quell’angolo sperduto del mondo? Non si vedevano mai né cacciatori né escursionisti. Forse era uno degli ex abitanti di Montarcano od un loro parente? Il gorgoglio amichevole del
caffè che si arrampicava nella moka la distolse dalle sue speculazioni. L’amore della sua vita il caffellatte lo voleva bollente, non aveva tempo da perdere... Intendiamoci, Andrea era un
uomo dolcissimo, comprensivo, e non gli avrebbe mai fatto una osservazione per una sciocchezza simile, ma proprio per questo lei amava ricoprirlo di attenzioni.
«Novità?» gli chiese il marito ironicamente, come tutte le mattine. Andrea, accomodato su due cuscini, attendeva che la moglie gli portasse il caffellatte a letto. Era sempre stato un
bell’uomo ed anche adesso che era completamente calvo i suoi lineamenti marcati, maschili ma allo stesso tempo piacevoli e sottolineati da pochissime rughe, lo aiutavano a dimostrare la
meta` degli anni che portava. Come sempre Velia si sedette vicino a lui, porgendogli la tazza.
«Non ci crederai, ma stamani...» Si azzittirono di colpo volgendo lo sguardo verso la porta. Qualcuno, di sotto, stava suonando il loro campanello.

Nina amava restare a letto ancora un poco quando si svegliava. Ogni mattina dedicava una decina di minuti ai suoi sogni, alle sue fantasie più segrete. Il caldo tepore delle coperte, la
sensualità del suo corpo ancora prorompente, la facevano sentire viva, vogliosa ed insoddisfatta. In particolare quella mattina, nella quale il suo ciclo ormonale era al culmine, si era abbandonata
nel dormiveglia tra le mani di Giuliano che le cingevano i fianchi mentre lei lo cavalcava selvaggiamente. Sognava che lui, con un sorriso ambiguo, le stesse aprendo dolcemente le natiche sode. Che improvvisamente lei sentisse un membro turgido premerle con forza e dolcezza contro lo sfintere, cedevole e dolente. Una vampa di fuoco le brucio` il basso ventre quando, voltandosi, si
rese conto che Don Michele la stava sodomizzando. Era piena dei suoi due amanti, donna, amante e puttana allo stesso tempo, finalmente felice... Si stava carezzando la natura con entrambe le mani quando senti` quell’odore. Di muffa mista a sangue. Di sudore e di escrementi. Di bestia. Si mise su un fianco, disturbata, ma incapace d’interrompere la masturbazione proprio sul più bello. Improvvisamente avverti` una presenza alle sue spalle, nel letto, la sua pelle le parlava di carne calda e rugosa, peli ed unghie ed il suo cervello le gridava che era tutto vero, ma i sensi la reclamavano nel sogno. Si senti` penetrare brutalmente, provando un misto di dolore e piacere devastante. Si fece coraggio e guardò alle sue spalle. L’immagine durò un solo istante perché la fece svegliare di colpo, definitivamente, preda di un terrore gelido, reale. Aveva visto - o sognato? - un caprone con delle corna ricurve, degli occhi incredibilmente umani e delle lunghe braccia pelose che
terminavano in due mani adunche, artigliate.
Era seduta sul letto, ansimante, aveva degli irrefrenabili conati di vomito e dei sudori freddi. Dal comodino a fianco, ricoperto di pizzo bianco, abbranco` la brocca dell’acqua e bevve
rovesciandosi addosso parte del contenuto. Nel poggiarla urtò la abat-jour di cristallo che cadde a terra andando in mille pezzi.
“Ecco ci mancava solo questo” penso` “devo spazzarci subito...”
Si alzo` dal letto, ed una volta in piedi, avrebbe voluto gridare, morire, scomparire per sempre, sprofondare sottoterra. Fra le gambe sentiva colare, piano, qualcosa di caldo ed appiccicoso.

«Ciao Velia.» L’uomo con il cappello di paglia la guardava sorridendo amichevolmente. Lei si chiese dove aveva già visto quello sguardo assurdo, stranamente familiare ma al tempo stesso inquietante. Fissazioni di una sciocca superstiziosa avrebbe detto il marito. «Lo so che non ti ricordi di me, ma se
mi fai entrare ti spiegherò tutto.»
Appoggiata allo stipite della grossa porta in legno Velia rispose automaticamente. «Lei chi è, perché sembra conoscermi?»
Lui tirò fuori dalla tasca interna del giaccone una vecchia carta ingiallita dal tempo e gliela mostrò; era il Matto dei Tarocchi.
Andrea vide sua moglie, di spalle, parlare con qualcuno sulla porta di casa. «Velia, chi è?» disse, scandendo le parole con un tono fermo e deciso che avrebbe scoraggiato, secondo lui, qualsiasi scocciatore importuno. Velia non gli rispose, si voltò tenendo la carta dei Tarocchi con entrambe le mani e si avviò come un automa verso la credenza del loro ingresso che fungeva anche da salotto. Urto` anche il tavolo in legno che campeggiava in mezzo alla stanza, come stordita. Andrea la
osservava stupito. Lei allungò la mano per prendere un vecchio carillon che da sempre usava per conservare alcune gioie d’oro e d’argento. Era molto vecchio, in legno, con una struttura
esterna in oro che rifiniva gli sp

 

Scritta da LuigiAgostini il 09/06/20080 commenti

Esprimi il tuo giudizio:
     

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.