Storia

 


Circoli Circoli

A svegliarmi fu proprio la goccia del tuo corpo, che tremulò al vento quando l’incendio s’era placato, e scese sulla tua nuda pianura. Riemergendo da noi, ci dividemmo come per mitosi, e fummo alla stessa altezza, orizzontali e scalzi. Distesi come in un sogno di seta e sudore, l’angoscia lambiva i perimetri della nostra attesa: e come smarriti l’uno e l’altra ci ritrovammo soli in tutto il mondo, o il mondo si ritrovò privo di noi, non so. Assaggiai la linea verticale sotto il tuo ombelico, certo di trovarla al buio come in un sogno lucido, e lappai con cautela, provocandoti quel sano piacere che una volta ti faceva anche ridere, e ora fastidio. Mitigai gli spazi fra noi consolidando un’alleanza fra le nostre mani: destra e sinistra. Distesi e zuppi di umori, liceali, ordinavamo i nostri schemi di pensieri, sciami di neuroni come lucciole in un guscio, quieti. Mai liberi.
Mi sforzai di non pensare alla scia di eventi che ci aveva portato qui, dal liceo a casa di tuo zio che è fuori per lavoro e non ci avrebbe mai scovati sul suo letto, a fare l’amore. Dentro il respiro, pioggia carnale, estasi e temporale là fuori, qui una calma torrida di benessere estasi e miele amarognolo. Eravamo nudi come usciti dalla placenta, dio com’ero magro! Sembravo passato attraverso una piallatrice, invece ero appena uscito dall’isolamento: trattenuto ore dagli sbirri per accertamenti, solo con le mie paure. In quell’oblio un’intera ora la passai fuori di me, un’altra la dedicai solo a pensarti. Quando fui rilasciato, e ti trovai, la prima cosa che ti chiesi fu di andare da te: intercettasti come un’empatia la voglia nei miei occhi, e mi trascinasti fino a casa di tuo zio; nel mentre, ricordammo che il Liceo era divenuto impraticabile, dai tempi della Selezione. O impianto, o morte. Darwinismo forzato.
Molti non lo accettarono, e ci fu una fuga generale, io fui fermato per sospetto, e fu piacere incontrarti per caso fuori dal comando di polizia. Ti conoscevo di vista, benché andassimo nello stesso corso. Bella, maledettamente bella. E tu ti ricordi cos’altro ti dissi prima che ci avviassimo in questa folle avventura?
Sì che lo ricordi: “posso accarezzarti?” certo, fu stupido, ma vederti accondiscendere non me lo sarei mai aspettato. In fondo ero un estraneo nella tua vita.
Allora strisciarti sulla pelle non fu difficile: niente cavi o sensori di piacere da stimolare, niente elettrodi a cui fare attenzione: solo carne pulita mai violata, e anch’io così, uguale, vicino a te. Niente Selezione, niente impianti. E così, ancora liberi dal metallo e dalla plastica, fuggimmo anche noi in gran segreto.
Ora dovremmo essere felici, e invece neanche con la carezza che ti avevo chiesto – velluto su roccia – la maledizione della paranoia m’è scomparsa. Forse perché ho il cuore di paglia, forse perché Loro stanno per arrivare, dividerci, e poi dividerci ancora, e dividerci le carni e poi le mani, che adesso, unite.
Vorrei rendermi umano per un secondo e capire cosa provassero durante le tristezze i vecchi uomini.
Allora immagino tutt’intorno una campagna d’oro di quelle dei documentari postatomici, dove sguazzavano infanti e animali ora estinti: farfalle, gechi, mosche pigre., e mi viene un formicolio sotto la gola, gli occhi incapaci di guardare come se una nebbia gli avvolgesse in un misericordioso stallo.
E adesso attendiamo che gli orchi con le armi a tracolla arrivino a fucilarci per insubordinazione e reato federale (rubare sé stessi non è permesso nell’era dei gobbi burocrati). Ormai saranno sulle nostre tracce, la Entropol conosce gli spostamenti psico-spirituali delle nostre due identità vaganti, in grado di tracciare i movimenti dei nostri animi per individuarci con assoluta precisione.
Il tuo odore…Sembri una madre: sai, io come te non l’ho mai avuta. Forse avrei dovuto staccare dall’ombelico quella dannata cordicella organica con la quale la mia nutrice artificiale mi razionava gli alimenti durante la gestazione. Invece mi sono lasciato andare, e come un sonnambulo ho continuato a dormire anche fuori dalla nutrice, vivendo normalmente fino ai diciotto anni finché la crudezza della società non m’ha svegliato dal letargo dell’infanzia, per mettermi di fronte agli obblighi dell’adulto. Anche tu, per quel poco che mi hai detto, hai condotto una vita simile, fino ad oggi. Finché non incontrammo Yuri al Liceo che ci aveva preso in disparte prima uno e poi l’altra, dicendoci ehi, siamo tutti matrioske, non dobbiamo fare altro che aprirci all’infinito, fino a trovare il componente ultimo. Lasciarsi andare al sospiro del silenzio non era che la prima fase, prima di abbandonarci all’endura, una dolce tortura nel quale sfinimmo noi stessi e le nostre carni, proprio come facevano gli antichi per elevare l’anima dalla prigionia del corpo. Soli in due, col nostro amore.

Questo, tre giorni fa.

Ecco, li senti? La porta ha ceduto come marzapane, e la strega è entrata a leccarci le dita. La Squadra Distopica Prevenzione Entropie è asservita al meccanismo burocratico statale, funziona come anticorpi con le malattie. E in genere l’amore è una brutta infezione.
Li sento, sai? Stanno aprendo tutte le stanze della casa, scardinano tutte le porte urlando di uscire allo scoperto, istintivamente stringo la tua mano e mi sembra di volare. La carne s’è fatta come un involucro, mi sembra che non mi appartenga più, e io sono leggero, e tu sei leggera.
Uno dei pazzi sfonda la porta con un calcio ferendo il buio con una ventata di luce assordante. Fermi, fermi tutti, mi pare che urli, ma noi siamo già lontani, vero? Un magnete celeste ci attira rapidamente verso un buio luminoso, fatto di schemi incomprensibili, una nebbia di immagini che ci mangia il corpo.
Gli omini, paralizzati, accennano a segni della croce, tanti esclamano madre santissima, non è possibile. Staranno vedendo tutt’al più i nostri vecchi corpi, svuotati degli organi come antichi abiti, i nostri nuclei impalpabili a vagare, mentre un utero grande come il mare ci inghiotte in un’oscurità sublunare, ritorniamo spiriti come arcangeli sferoidali dentro una piramide cosmica della quale non si scorge la fine: lo Sciabordaio.
Oltrepassata l’architettura della carne, il regime del metallo, la vita oltre il bozzolo organico, siamo ancora noi, entità sublimi, ancora uno accanto all’altra, due cuori che urlano un tramestio nell’infinito.

 

Scritta da Evertrip il 01/06/20080 commenti

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