Storia

 


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Mia madre, Giovanna-Maria-Elvira-Adele, piu’ semplicemente Nina, nata nei primi anni del ventesimo secolo era una donna straordinaria. Figlia di un imprenditore di Cagliari che operava nel settore dei trasporti era cresciuta in una delle piazze centrali della citta’, dove erano le proprieta’ di mio nonno: casa padronale, stalle, cavalli, calessi, landau, carri per il trasporto delle merci e la stazione di posta dove i cavalli degli operatori delle campagne intorno sostavano, in attesa del ritorno nei paesi, una volta che i loro padroni avevano concluso i loro affari o scaricato le merci che poi venivano distribuite da mio nonno.

La famiglia di mia madre comprendeva altre tre sorelle e due fratelli.

Nonno Pirlo, molto severo, impediva ai figli, soprattutto alle sue bambine, di andare nelle stalle dove bazzicavano gli stallieri e gli uomini del contado.

Mia madre, ribelle, era l’ unica che trasgrediva gli ordini del padre. Appena alzata si precipitava nele stalle e trafficava con i cavalli.

Col crescere degli anni, oltre ad essere sempre piu’ bella, una donna dalla pelle madreperlacea, capelli corvini, occhi scuri, labbra carnose, naturali, non come quelle rifatte oggi dai chirurghi plastici, che realizzano interventi mostruosi che trasformano le bocche delle loro clienti in antiestetici canotti di carne, era diventata un’ abile amazzone. Cavalcava come gli uomini, non seduta con le gambe pendenti sul lato sinistro dell’ animale, come si usava in quegli anni, ma incosciando la bestia per meglio stringerlo tra le gambe e poterlo governare senza problemi. Cavalcava spesso a pelo, senza sella, ed era bravissima nell’ eseguire acrobazie con il cavallo lanciato al galoppo. Era la disperazione del padre. Inoltre si divertiva a fare capriole aggrappata alle travi delle stalle. Partecipava con grande perizia anche alla doma dei puledri.

Una volta la vide il proprietario di un circo il quale propose a nonno una scrittura per la figlia.

Nina dovette restare chiusa nella sua camera per due settimane, fino a quando il circo lascio’ la citta, non fosse mai che la ribelle figlia decidesse di aggregarsi alle troupe circensi. Riceveva solo la visita di nonna Nerina e della governante che le portava i pasti. Stretta sorveglianza della tata che l’ accompagnava anche a scuola, andandola a riprendere alla fine delle lezioni.

Nonno Pirlo aveva paura dell’ estrema socievolezza della figlia che esibiva sempre e che forse per i tempi, secondo lui, non era consona con una particolare maturita’ di comportamento.

Mia madre andava nella vicina spiaggia di Giorgino, la spiaggia dei Cagliaritani, a fare lungo galoppate che immancabilmente si concludevano con un bagno in mare del cavallo e suo. Si divertiva a lanciare il cavallo nella grigia distesa dalla spiaggia che arriva sin quasi all’ orizzonte. Generalmente Giorgino era poco affollata. Quasi sempre poca gente distesa sulla sabbia o seduta sulle sedie a sdraio, pochi altri a prendere il sole vicino all’ acqua. Gli uomini o in completi o nei loro costumi interi e le donne nei loro pagliaccetti con l’ ombrellino a impedire una, allora, disdicevole abbronzatura Una volta, in sella a Nero, uno stallone dal manto nero, fu trascinata al largo dalla corrente. Mia madre, sotto gli occhi terrorizzati del padre, che gia’ presagiva una disgrazia, riusci’ con pazienza e perizia a ritornare a riva, assecondando il nuoto di Nero nelle onde e nella corrente. Anche questa bravata le costo’ la ‘’reclusione’’ di due settimane nella sua camera, guardata a vista dalla severa governante, che avrebbe dovuto proibirle anche di mangiare i dolci preparati dalla cuoca. Invece la governante le portava di nascosto piu’ di una fetta di torta, senza dire una parola, un dito sulla bocca in segno di avvertimento, in un ironico teatro della cospirazione.

Uno degli stallieri soprannominato Per’ ‘e prumbu (Piede di piombo) per il modo di camminare pesante, come se i suoi piedi fossero infilati in scarpe di piombo le aveva insegnato a sparare con la pistola. Ogni giorno si esercitava al tiro sparando a barattoli di latta o bottiglie. Naturalmente quando il padre non era in casa. Se l’ avesse scoperta le sarebbero toccati altri giorni di clausura.


Un giorno quando Nina e’ appena entrata nell’ adolescenza nella sua vita compare Luigi, un ufficiale della Guardia di Finanza, originario di Santa Bona-Treviso

Non ho mai saputo dove mia madre e mio padre si videro per la prima volta. Forse nella grande piazza antistante la grande casa dove abitava, che comprendeva anche le stalle e i cortili per la sosta dei carri e i grandi magazzini per i depositi delle merci.

I dettagli del loro incontro e della loro prima conversazione non li ho mai conosciuti.

Certo e’ che mia madre fu colpita da questo uomo in divisa, non molto alto, biondo, e occhi di un celeste del cielo.

Il colore degli occhi di mio padre, diceva sempre mia madre, era sicuramente pari a quello del paradiso e emanavano una luce particolare che davano al suo sguardo il calore dei primi raggi del sole del mattino che si alzano a scaldare il mondo dopo il freddo della notte. Occhi azzurri penetranti e intelligenti su un viso dalla carnagione pallida da nordico, incorniciato dai capelli biondi, con un leggero principio di sicura incipiente calvizie,

Il suo sorriso mostrava una bella chiostra di denti regolari e, ricordava mia madre, metteva gli altri nella condizione di restituirglielo.

Louis, diceva mia madre, era una persona sensibile, colta e religiosa.

Credo che mia madre abbia sentito, incontrando Luigi, l’ incombere di quei momenti decisivi che ti cambiano la vita: una di quelle svolte in cui o afferri l’ opportunita’ fugace che ti si presenta o la guardi inerme scivolare via dalle tue mani e ritornare nel nulla.

Ritengo che abbia subito compreso, a parte il resto, che doveva rivedere quell’ ufficiale dagli occhi di cielo, che doveva imporre a suo padre.

Mia madre non mi ha mai raccontato di grandi difficolta’.

Si sposarono dopo un breve fidanzamento: lui 23 anni, lei 19.
Nel giro di due anni hanno due figli: Rabirio, dal nome Caio Rabirio, appartenente a una Famiglia romana e poeta o architetto, forse progettista della Domus Flavia, difeso da Marco Tullio Cicerone (famosa e studiata l’ orazione pro Rabirio) per avere cospirato contro i duimviri (il nome fu scelto da mio padre amante della storia romana e della liberta’ e contrario a qualsiasi forma di dittatura), e Giancarlo.

Dopo14 anni, allo scoppio della seconda guerra mondiale, sono nato io.

Mia madre aveva il potere di evocare gli spiriti.

Gli spiriti, i fantasmi, si dice, regnarono in tutti i tempi. La storia che sto per narrare e’ un esempio della loro esistenza? Puo’ darsi. Affermo che gran parte della incredulita’ su queste vicende sono legate al fatto che non sempre si comprende che non possiamo essere sempre soli.

La vicenda si svolge a Serdiana, un paese non lontano da Cagliari, la piu’ importante citta’ diella Sardegna.

Sono le sette del pomeriggio di un giorno di settembre del 1943. Si sentono le ore suonare nel vicino campanile della chiesa. parrocchiale. La luce del giorno comincia a calare.

Sono nel salotto di casa, una stanza con un divano, due poltrone, una credenza con i servizi buoni di piatti e bicchieri, argenteria esposta, il tavolo tondo, quadri e foto alle pareti, una lampada a stelo, sul tavolo anche un portacenere di vetro e rame con un cavallino di rame sul bordo, nonostante in casa nessuno fumi. Gioco con un cavalluccio di latta, accoccolato dietro la sedia in cui mia madre e’ seduta, intenta a cucire e a lavorare a maglia.

Improvvisamente qualcosa accade in cucina, rompendo il silenzio che regna nella casa.

Rumore di sedie trascinate e rovesciate. Poi come di piatti, bicchieri. Per terra. Rotti.

-Pier Luigi? Che cosa hai combinato?

Mi alzo e mi faccio vedere. Si accorge che le sono accanto.

-Giancarlo? Che cosa e’ successo?

Nessuna risposta.

Si alza. Va in cucina per guardare il disastro. Niente. Tutto e’ in ordine.

Mi fratello e’ in giardino. Gioca con il cane.

Mia madre lo raggiunge.

-Hai toccato qualcosa?

-No.

Torna in salotto Alle abituali faccende. Riprende a cucire e a lavorare a maglia.

Un’ altra sera. E’ sola in casa. Le tenebre sono gia’ arrivate. Le poche e deboli luci in strada sono accese. Noi figli siamo da una vicina.

Improvvisamente rumore di stoviglie.

Corre in cucina: piatti, bicchieri, tegami, padelle e pentole sono sul tavolo, tirati fuori della credenza.

Sbianca in viso. Le mani le tremano. Ha paura. Va anche lei dalla vicina.

Quando torniamo a casa riassetta.

Non racconta l’ accaduto.

Poi una notte, siamo tutti a letto, e’ un continuo sbattere di porte e finestre. Le ante dell’ armadio si aprono e la biancheria è scaraventata a terra.

In casa non ci sono altre persone.

Mia madre e’ spaventata, ma mantiene la calma, per non allarmare noi figli, svegliati dal fracasso.

Recita a voce alta un’ Ave Maria e un Padre Nostro. La sua voce e’ perfettamente ferma, tranquilla, composta, ma seria. Ci invita a recitare con lei le preghiere. I miei due fratelli le dicono, sempre ad alta voce. Io, ho appena tre anni, non le so per intero.

Dice: Se sei un’ anima buona vieni in pace. Se sei uno spirito cattivo l’ inferno ti inghiotta.

Ci rasserena. Fa persino un debole tentativo di sorridere.

Ancora di sera, siamo tavola, in cucina, stiamo cenando. D’ un tratto, la porta d’ ingresso è colpita come da un forte getto d’ acqua, come di secchi svuotati con violenza.

Va verso la porta che da in giardino. Rimane qualche istante ferma pensando al da farsi. E’ indecisa se tornare a sedersi o aprire. Apre. Nessuno. Solo una grande pozza.

Di nuovo recita un’ Ave e un Padre e ripete l’ invito a venire in pace se spirito buono, altrimenti tornare tra i dannati.

L’ indomani va in chiesa e parla degli accaduti con il parroco. Mia madre parla lentamente, come per aiutarsi a ricordare tutti i particolari e non tralasciare nulla. Il corpo e’ immobile, le mani strette indissolubilmente in grembo e lo sguardo conficcato sul crocifisso appeso alla parete. Il prete l’ ascolta con gli occhi fissi sul suo viso. E’ tranquillizzata. Le dice che forse e’ ancora scossa per la recente morte del marito.

Una mattina Giancarlo gioca in salotto. Ha una monetina in mano. Gli sfugge. Rotola sul pavimento, raggiunge la parete e si infila in una fessura, tra una mattonella e il muro. Fa per prenderla ma questa scompare nel pavimento e dopo qualche secondo si sente un pling, fine caduta. Mia madre che ha seguito la scena capisce che li’ il pavimento copre un vano vuoto. Inspiegabile. La casa non ha cantina.

Ricorda che si e’ parlato della casa come di quella dove sarebbe stato ucciso, almeno un secolo prima, un uomo per rubargli gli averi, una cassetta con centinaia di monete d’ oro. Quando la mia famiglia era andata a viverci una vicina aveva raccontato a mia madre il triste episodio, affermando che nessuno l’ aveva mai voluta acquistare e era rimasta disabitata per molti decenni. Le aveva detto che qualcuno affermava di aver visto il tesoro, fornendo una descrizione molto particolareggiata degli oggetti. Questo tanti e tanti anni fa. Poi il silenzio sulla vicenda, sulla casa, sul tesoro.

Questa volta si rivolge a un prete di un paese vicino, conosciuto come esorcista. E’ un prete alto, con gli occhiali, il cranio pelato, un sorriso franco e beneducato.

Mia madre racconta gli episodi, la storia della morte violenta, della casa e del tesoro con voce sommessa, ma molto chiara. Parla, ma un vago timore, forse terrore, gli prende l’ anima, probabilmente in ragione della calma che, comunque, aveva nel cuore. Sembra contemplare, sbigottita, sgomenta, spaurita le visioni, nascoste ai piu’, che ora si librano nella sagrestia dalle pareti alte, coperte, dall’ alto al basso da una pesante tappezzeria, a intervalli irregolari tappezzata da figure di santi e immagini della passione del Cristo..

Il sacerdote ascolta, poi dice serio:

-Potrebbe essere uno spirito buono che vuole attirare la tua attenzione per farti trovare il tesoro che gli assassini non sono riusciti a rubare. Potrebbe pero’ essere anche uno spirito maligno. Lo stesso Belzebù:

Mia madre sta in silenzio. Guarda i disegni sulla tappezzeria e nota al centro di una parete il disegno di una colonna attorno alla quale correva attorcigliata con la forza di un serpente la fiamma di un fuoco vivo.

L’ esorcista prosegue:

- Se non hai altro da riferirmi, posso andare a casa tua e recitare le preghiere per allontanare il demonio. Non sapro’ pero’ mai dirti se in casa c’e’ un tesoro. Per saperlo dovrai levare le mattonelle e scendere nel vano. Puoi trovarci, pero’, non monete d’ oro e altri oggetti preziosi, serpenti e scorpioni, l’ emblema del male. Te la senti di correre questo rischio?

Mia madre accetta l’ invito del sacerdote a benedire la casa. Non fa altro, anche perche’ gli episodi dopo le preghiere dell’ esorcista non si ripetono. Non osa guardare sotto il pavimento perche’ teme che il demonio prenda se’ e le sue creature per trascinarle nei gorghi dei fiumi infernali, nelle tenebre, nelle profondita’ del silenzio, trascinandole giorno e notte, estate e inverno, senza mai riposare.

Dopo qualche mese trasferisce la famiglia a Cagliari, la citta’ dove esercita la sua professione di ostetrica condotta.

Dimentica la vicenda.

Le torna in mente quando viene a sapere che il nuovo inquilino e’ diventato improvvisamente ricco.

Questa era una prerogativa di mia madre.

Io che amo i misteri, la vita, la morte, un aspetto della vita…eterna, avro’ preso da lei?

Forse.

Sicuramente le assomiglio nella dolcezza e nel dare felicita’.

La sorella Paola, la maggiore delle cinque sorelle e dei due fratelli Pirlo, e mia madre per lunghissimi anni sono state al vertice (dal 1947 al 1969) del Collegio provinciale delle ostetriche di Cagliari, la prima come presidentessa e la seconda come tesoriera, dopo essere state artefici, a livello nazionale, dell’ istituzione dello stesso organismo.

Nina e’ stata una professionista che con abnegazione ha servito la cittadinanza facendo nascere migliaia di bambini, da lei definiti ‘’miei figli’’. E’ stata per piu’ di trent’ anni l’ ostetrica condotta del Comune di Cagliari, ‘’sa levarora de is poberus’’ (l’ ostetrica dei poveri).

Mia madre quando esercitava nei paesi, andava a cavallo per raggiungere le partorienti. Durante l’ ultima guerra mondiale ha operato al limite dell’ incredibile. Per esempio durante un’ incursione aerea fu chiamata nella zona del Lazzaretto per assistere una donna. Il parto avvenne in una grotta, a lume di candela, facendo bollire l’ acqua per sterilizzare i ferri su un braciere. Assisteva le povere ma era conosciuta anche nei ceti medio alti, tra l’ altro ha fatto nascere l’ ex sindaco Mario De Sotgiu e figli del medico provinciale dott. Duce e del senatore Giovanni Lai, che’ stato anche sindaco di Cagliari. Tra i ‘’suoi figli’’ annovera anche professori universitari e diplomatici. Senza orari e ferie, ha fatto da psicologa, mamma, sorella, amica e confidente di migliaia di donne, in quanto le pazienti spesso si mettevano nelle sue mani e raccontavano le loro vicissitudini.

I miei quattro figli (Gianni, giornalista e scrittore, Roberto, filosofo e compositore, Alessio, contabile e Joel pubblic relations man), nati tutti in casa, sono venuti al mondo nelle mani di mia madre.

L’ ultimo nato, nel 1975, e’ stato Joel., mia madre era in pensione gia’ da anni e si era ritirata dalla professione.

Racconto la sua nascita perche’ ha coinvolto tutta la famiglia.

Mia madre arrivo’ a casa la sera del 21 giugno per accertarsi che tutto andasse bene. Immediatamente capi’ che l’ allora mia moglie era in fase avanzata di travaglio. Decise di restare a dormire da me.

Verso le sei del mattino del 22 incomincio’ a preparare la gestante all’ ultima fatica.

Il parto si svolse senza difficolta’, con me assistente.

Joel nacque alle sette.

Mia madre dopo avere pulito la puerpera e riordinato la camera da letto ando’ a chiamare Gianni, Roberto e Alessio, rispettivamente di 13, 11 e 8 anni, e disse venite a conoscere il fratellino.

I miei figli entrarono e furono presentati a Joel e assistettero al suo primo bagnetto.

Mia madre sorrise all’ ingresso dei nipoti, e il sorriso, distendendosi, allevio la tensione dei miei figli come un cerchio che si allarga sulla superficie spezzata dell’ acqua.

Nonostante questa allentata tensione i miei figli, timidi e commossi, assistettero al bagnetto. Le loro guance furono rigate da lacrimucce discese per la commozione di avere assistito a un grande evento, la nascita di un essere umano, ma soprattutto la nascita di un fratellino. Soprattutto credo che i miei figli abbiano vissuto una esperienza indimenticabile che li ha portati nella realta’ al di la’ dell’ immaginazione e della fiaba che spesso sono associate alla nascita.

Tutti poi si sono avvicinati a baciarlo. Con quel bacio i miei figli hanno voluto far sentire al nuovo fratellino che era diventato uno di loro.

Credo che ancora oggi ricordino l’ avvenimento.

Infine sono stato contento che mia madre abbia trascorso le ultime ore della sua vita tra le mie braccia, combattendo contro il nemico comune di tutti gli umani.

Sono orgoglioso di esserle stato accanto nella sua ultima battaglia e averla accompagnata in quel Paradiso da lei sempre creduto, baciando la sua fronte e vederla come dormire in pacifico sonno.

Continuero’ a volerti sempre bene.


 

Scritta da pierluigizanata il 13/05/20090 commenti

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