Storia

 


Circoli Circoli

Siamo a fine dicembre, sono arrivato ieri sera a San Diego, California, e so già che trascorrerò il primo giorno a confrontare la realtà con l’infinito immaginario che questo Stato, come in ogni comune mortale, ha prodotto in me.

Case.
Il sole è già alto quando, svegliatomi e ripreso pieno possesso delle facoltà mentali, mi concedo il giro della casa. Nella grande cucina ci sono due forni, due frigoriferi, due freezer; il salotto è dominato da un maxischermo totale, le sette stanze da letto sono ognuna più spaziosa di un italico bilocale. Dimensioni. Esco nel giardino e il corpo mi dice che posso permettermi un paio di bermuda e una magliettina. Anche se siamo a dicembre, tutto quadra.
Attraversato il finestrone che porta all’esterno, non sorprende il supergrill con due larghe piastre e due fornelli, un aggeggio in grado di bruciare chili su chili di sontuosa carne americana per carico. Il prato è di un bel verde acceso, circondato da bassi cespugli che delimitano il confine della casa; a dominare il tutto, una palma alta almeno quindici metri. Vado a toccarla, ha un fusto lungo e sottile e una cupola di foglie in alto. Che albero magnifico! Chiudo gli occhi e mi vedo sulla via di Damasco vestito con una tunica bianca, seduto su un cammello carico di gioielli, datteri e tappeti. C’è qualcosa che non va nella mia immaginazione. Riapro gli occhi, guardo oltre lo steccato e vedo la piscina del vicino, al cui bordo stanno sdraio, sedie e tavolini sormontati da un lungo telone in cotone bianco. Richiudo gli occhi e mi vedo su una Cadillac decappottabile, con lo stereo che diffonde Break on through dei Doors e, al mio fianco, Audrey Hepburn con un foulard attorno al viso. Sto guidando lungo una larga strada contrassegnata da due file di palme, la litoranea di Long Beach, Los Angeles, per salire a Beverly Hills dove, in una villa privata, sta per essere dato un party in mio onore. Ecco, sì, l’immagine ora è quella giusta…

Rientrato, Big Z, l’imponente amico da cui sono ospite, mi presenta i suoi coinquilini, Steve, Danny e Tommy. Il primo ha venticinque anni e, dopo essere stato a lungo in Marina, ne è uscito per dedicarsi anima e corpo al surf, la sua unica passione. Biondo e con il viso un po’ schiacciato, ha gli occhi calmi e il sorriso frequente di chi, oltre a liberare la mente in mezzo alle onde, la libera accendendo frequenti bracieri di quell’erba in tutto il mondo proibita, in Olanda tollerata, in California autorizzata per uso medico. Mi porge la mano, ricambio, fa scivolare le dita sulle mie e forma un pugno a cui do risposta. Al suo “How ya doin’, dude?”, “Come va, amico?”, riesco a rispondere: non è difficile capire che dude è una parola usata per rivolgersi in modo generico a una persona. Esito invece sul “Where you at, last night?”, mi salva Big Z. Va bene, mi ha chiesto dove sono stato e questo non è più un libro di scuola ma la lingua della strada.
Gli altri due ragazzi, pure biondi ma alti più o meno un metro e novanta, indossano T-shirt e bermuda, cui aggiungono il cappellino da baseball girato all’indietro come da manuale. Spallati quanto Big Z, hanno attorno ai diciotto anni e riescono a mantenersi e a pagare i settecento dollari dell’affitto grazie, oltre che ai genitori, a lavoretti saltuari, qui semplicissimi da trovare. Raccontano che un po’ tutti in California hanno uno se non due lavori oltre alla scuola, e che la settimana lavorativa si esaurisce in genere il sabato pomeriggio se non la domenica mattina; il clima è però sempre caldo, il mare è vicino e in pausa pranzo o la mattina presto i primi cento metri di oceano sono popolati da surfisti.
Fanno un cenno ai piatti e salutano: Natale è vicino e intendono passarlo con le famiglie. Steve mi guarda e sospira: da quando condividono la casa i due non hanno mai lavato una volta i piatti. Big Z aggiunge che non lo hanno mai fatto perché… la loro arte culinaria è circoscritta al riscaldamento di strani pastelloni estratti da gigantesche buste variamente colorate. Do la prima occhiata all’interno di un frigorifero americano: tre scatole di uova giganti da trentasei, un boccione di latte in una quantità paragonabile al nostro cinque litri, confezione da duecento di fettine di bacon, cinque file di hamburger da dodici, otto file di lattine di birra e di una bevanda energetica mai vista, salse di ogni foggia dai colori radioattivi e un’inconcepibile mozzarella di bufala oscurata da una tanica di gelato alla crema. In più, i bustoni lasciati in eredità da Danny e Tommy. Ne guardo uno: Meatballs, italian flavour. Mi giro verso Big Z che traduce: non sono che polpettine di carne sconosciuta aromatizzata con reimpasti di aspirine e stallatico, ma l’aggettivo italian ha il taumaturgico potere di far credere al popolo americano che la somministrazione sia di qualità.
Chiedo di poter scegliere il mio primo pasto in terra americana: uova, bacon e un glorioso hamburger. Big Z mi strizza l’occhio e dice che aggiungerà una sorpresa: i pancakes, sorta di frittelle servite con sciroppo d’acero o burro, preparate con un impasto preconfezionato cui si aggiungono latte, uova e olio. Tutto goloso e pieno di sapore, siamo pronti a uscire!

Strade.
Big Z ha avuto in prestito da un amico una scalpitante Mustang con inusuale cambio manuale. La prima impressione è confortante: scavalcando l’oceano, gli inglesi hanno rimesso il sedile del guidatore a sinistra. La macchina è rabbiosa, probabilmente passa i quattromila di cilindrata e la trazione posteriore permette una guida che lascia spazio alle continue derapate. Eppure, è impossibile finire fuori strada: nella freeway, leggendaria superstrada a dodici corsie in cui macchine ed enormi pickup si sorpassano a destra e a sinistra, le curve più strette sono in pendenza verso l’interno in modo da facilitare la tenuta di strada, mentre le strisce bianche che separano le corsie sono puntellate con ripetuti elementi in rilievo che aiutano a restare in linea. Big Z guarda i miei occhi spalancati e dà gas.
Usciti dalla freeway per fare benzina, ci fermiamo a una pompa con annesso 7-Eleven, una catena di negozi così chiamata per essere stata la prima a tenere aperto dalle sette del mattino alle undici di sera. Sorta di bazar pieno di snack e bevande analcoliche per lo più energetiche, s’impreziosisce con gli hot dog e si sbizzarrisce con articoli come la carne secca dei vecchi cowboy. Il prezzo della benzina è tra i migliori della città, meno di tre dollari al gallone, circa mezzo euro al litro. Il confronto con il BelPaese è impietoso.
Il rituale per fare il pieno ha una sua procedura cui è impossibile sottrarsi, tanto che Big Z, dopo due tentativi falliti, è costretto a spiegarmi quello che sperava imparassi da solo. Come in Italia bisogna inserire un bancomat o una carta di credito; le differenze cominciano in seguito: prima si stacca la pompa, che termina con un’appendice di gomma, poi si sceglie, e qui bisogna essere assolutamente preparati, la benzina con gli ottani corretti per il proprio motore. Non è finita, il combustibile è pronto a sgorgare, ma la terribile appendice accetta di collocarsi correttamente nel foro solo dopo una strenua lotta in cui va forzata a entrare. Non essendo stata inventata la figura del benzinaio, neofiti, casalinghe e outsider vari hanno a disposizione un provvidenziale monitor in cui un video rivela tutti i nascosti segreti della difficile operazione.
Tocca a me guidare. La macchina romba ogni volta che schiaccio l’acceleratore, è ancora più cattiva di come potevo immaginarla. Affronto una delle curve con pendenza verso l’interno e, dando ogni volta gas a metà, ritorno indietro a quando da piccolo guidavo macchinine telecomandate su infinite paraboliche. Prima di immettermi di nuovo nella freeway, mi devo fermare a un semaforo che regola il numero di vetture che possono infilarsi nella mastodontica strada. Poi, l’ebbrezza, quel senso di grandi spazi e di libertà che ho sempre pensato costituisse l’essenza del territorio americano. Sto vivendo davvero quello che da una vita è parte del mio immaginario, attorno a me Lincoln, Corvette, enormi pickup d’ogni foggia e Cadillac dall’imprevedibile lunghezza. “Me and my friend in California” dico a Big Z, giusto per sentirne il suono. Mi sento a mio agio, abituato come sono alle ristrettezze e alle code perenni dell’autostrada nostrana, e vorrei essere nel deserto a rimirare paesaggi troppe volte celebrati nei fumetti o addirittura sulla celeberrima Route 66, la più famosa delle grandi strade americane che tagliano il Paese. Vorrei anche far partire un pezzo eroico di Vasco, qualcosa come Siamo solo noi, ma, perso nei miei pensieri, non mi accorgo fino all’ultimo momento delle segnalazioni che mi urla il mio amico: gli svincoli sono continui e, se ne si perde uno, si rischia di dover aspettare diverse miglia prima di poter invertire. Ogni diramazione è segnalata con largo anticipo da enormi cartelli verdi che indicano non il nome né la direzione, ma il numero della strada, il punto cardinale verso cui ci si dirige e, attraverso la scritta Exit only, le corsie che portano verso la direzione voluta. Sterzo all’ultimo momento e mi subisco il rimprovero di Big Z: a meno che abbia creato un checkpoint in cui le macchine sono disposte perpendicolarmente alla strada fino a sbarrarla quasi interamente, negli Stati Uniti la polizia non ferma nessuno che guida in maniera corretta. Al primo errore la probabilità diventa però altissima, soprattutto se si compiono manovre in cui si può supporre lo stato d’ebbrezza. E se al grande occhio delle autorità può sfuggire una manovra errata, il cartello che ci viene incontro recitante Report drunk drivers, call 911, Segnala i guidatori in stato d’ebbrezza, chiama il 911, è un ulteriore ammonimento. A me non succede nulla: San Rocco da Siffredi, da adesso protettore degli italiani incoscienti all’estero, mi adora.

Non avendo una tappa precisa, la prima sosta è richiesta da Big Z che, volendosi iscrivere alla San Diego State University, intende estendere il suo visto dai tre mesi di quello turistico ai cinque anni di quello studentesco. La mia prima nel traffico cittadino è contrassegnata dalla spiegazione delle regole: a un semaforo rosso, sempre che non sia espressamente vietato e nel rispetto della precedenza, posso girare a destra. Allo stesso modo, posso effettuare sempre e indistintamente un’inversione a U, la U-Turn, purché non ci sia un cartello di divieto.
Negli incroci la meraviglia diventa ammirazione: quando non c’è un semaforo a stabilire i flussi di traffico, il primo che arriva allo stop ha il diritto di precedenza. Fine. E che dire dei cartelli stradali? Non è possibile sbagliare, bisogna proprio essere poco svegli per perdersi, visto che ogni remota possibilità d’indecisione è chiarita in modo puntuale ed esaustivo. L’unica falla di un sistema così perfetto sta nella possibilità che qualcuno, a forza di guardare cartelli, si dimentichi di guardare la strada…
Parcheggio, sbaglio. Se le strisce sono bianche ma il posto è numerato, bisogna pagare; mi dirigo verso un enorme parcheggio vuoto ma vengo fermato da Big Z: su un cartello all’ingresso la parola tow, rimozione forzata, dopo l’indicazione di area riservata ai residenti, ci tiene lontani. Non osiamo rischiare: Big Z mi assicura che una volante può passare anche nella mezz’ora in cui staremo fermi. Ci sono intere distese di spazi auto liberi, ma nessuno è adatto a noi. Scoraggiato, abbandono il volante per scoprire un altro mondo: il marciapiede si presenta di volta in volta di vari colori, ognuno corrispondente a un preciso codice. Il più frequente è il rosso, che vieta sosta, fermata e parcheggio; il verde prevede la sosta per un periodo indicato dal numero sul marciapiede stesso, giallo e bianco consentono la sola fermata, con il giallo che consente anche il carico e scarico di merce. Il blu è per i disabili. Ogni angolo ha la sua regola, non c’è spazio per interpretazioni o zone d’ombra, se si contravviene non si può che farlo con consapevolezza. Mi affido a quella di Big Z.

Università.
Lasciato l’aspirante universitario alle prese con uno dei momenti più importanti della sua vita californiana, m’incammino per il campus. L’armonioso profilo degli edifici scolastici, gli spazi ancora una volta enormi della piazza principale non sono nulla di fronte allo stupore che mi coglie guardando l’anfiteatro, scavato in una colossale buca per non disturbare gli edifici esterni. Sul palco c’è tutto: luci, casse audio, microfoni, lasciati sul posto con l’evidente certezza che nessuno ruberà niente.
Ho sete e vedo un’insegna di Starbucks, catena multinazionale di caffè e bevande calde. L’inquietante serie di scelte possibili mi manda in confusione, come è possibile inventare una serie così complessa di nomi per una semplice bevanda nera? Se il Caffè Mocha temo non indichi il caffè fatto con la moka, sono il Coffee Frappuccino Blended Coffee e l’Espresso Frappuccino Light Blended Coffee a farmi dubitare della sanità mentale americana: che differenza ci sarà mai tra i due? E che cosa è un frappuccino? Davvero può essere solo un frappé mischiato a un cappuccino? Ma perché non avvicinarsi alla serena semplicità di solari parole come Caffè Americano, Cappuccino o Caffè Latte? E, a proposito, perché il latte si chiama milk mentre il destabilizzante Cinnamon Dolce Latte with Sugar-Free Syrup contiene la stessa parola tradotta nella lingua del Belpaese? Si vuole far giocare gli americani o li si vuole confondere? Evito il torbido Java Chip Frappuccino Blended Coffee perché mi sa di additivi segreti indiani, fuggo il sensuale Tazo Passion Shaken Iced Tea Lemonade perché temo di essere rapito e portato in Vietnam per compiacere i veterani là rimasti, sono tentato da un suggestivo Peppermint White Chocolate Mocha in memoria della mia antica passione per gli After Eight, biscotti dolci appunto a base di menta, peppermint, e cioccolato, chocolate. Ripiego sul classico senza tempo, dopotutto anche un banale espresso può significare una sifda alla sorte: ci provo. La commessa chiede: “How many shots?” , io rispondo disinvolto: “Five!”, senza capire che cosa mi ha chiesto ma immaginando che, per coerenza con il resto, ogni ordinazione debba avere in sé i crismi della magnificenza. Il mio nome viene appuntato su un bicchierone di plastica con una capienza tale da poter irrigare l’intero Zimbawe e consegnato a un’altra ragazza. Sono solo, non capisco il motivo di questa procedura ma, evidentemente, qui ci si fida di chi fa le regole. Il bicchierone viene avvicinato a una sorta di slot machine e, giù, la ragazza tira la leva per cinque volte. Ho vinto qualcosa? No, in compenso mi vengono somministrate cinque dosi di caffè! Delle due l’una: o non dormirò fino a fine anno oppure l’espresso non è tale. Nonostante la stia guardando in faccia, la stessa ragazza mi chiama ad alta voce e mi porge il beverone. Vedo entrare quattro persone e realizzo che la procedura consente ai clienti di sedersi a chiacchierare in attesa della propria chiamata senza dover restare in coda. Questo Starbucks, le pensa proprio tutte!
Cerco lo zucchero, trovo un’inusitata serie di sostanze per addolcire, insaporire, coprire: oltre allo zucchero di canna e a quello raffinato, caramelle, dolcetti, sciroppo alla cannella e una bottiglia di famosissimo caramello italiano. Da bravo italiano mi vien voglia di importare il caffè al basilico, basta scriverci Made in Italy… Scelgo lo zucchero bianco, appoggio le labbra al bicchierone e sorseggio. Riappoggio le labbra e risorseggio. Ci riprovo una terza volta e ancora non sento sapore: mi dirigo sconfortato al mio caramello italiano e verso nel bicchierone un ulteriore mezzo litro di sciroppo. Il risultato è un bel sapore di palude con retrogusto di acque reflue di Marghera, un beverone salvabile solo in presenza della caffeina cui sono abituato: nel BelPaese a quest’ora è notte inoltrata e una bella dose di energia mi servirebbe.
Mi siedo ad aspettare che la caffeina faccia effetto. Niente, anzi, dopo dieci minuti di immobilità trascorsi con gli occhi volutamente sbarrati, nell’alzarmi sento girarmi la testa, come se tutto il campus crollasse attorno a me. E’ l’attacco di sonno più forte che abbia mai sentito, e il contrappasso del mancato effetto caffeina mi trova ancora più impreparato. Mi trascino fuori dal locale e mi appoggio a un muro con la fronte. Un ragazzo di colore, scarno e con le occhiaie scavate come lo Snoop Dogg dei tempi peggiori, mi chiede da accendere: per chi mi ha scambiato? Faccio così paura da suscitare la solidarietà di chi è forse messo peggio di me? Trovo in tasca l’accendino di Steve e l’altro mi ringrazia con un “Appreciate”. Faccio appena in tempo a immaginarmi novello Eminem in grado di sedurre infinite platee di rapper del ghetto con questa parola così seducente, che le ginocchia mi cedono; faccio appena in tempo a guardare uno skater evitarmi con uno scatto felino quando, nell’attimo di crollare definitivamente, Big Z mi salva facendomi bere una sovradimensionata lattina della stessa bevanda energetica che gli ho visto qualche ora fa in frigorifero. Mi fa sedere su un muretto e inizia a parlarmi. Non lo sento, sto ancora male e sto per svenire. Mi dà due schiaffi che mi risistemano l’arcata dentaria inferiore e inizio a riprendermi. La paura che a forza di buffetti mi costringa a utilizzare l’assicurazione sanitaria privata sottoscritta prima della partenza completa l’opera; dopo altri minuti, la Monster, questo il nome della bevanda, mi fa sentire addirittura energico e forte come non mai. Ho appena passato la mia prima crisi da jet-lag, spiega Big Z. Piacere d’averlo conosciuto.

Riprendiamo a far due passi per il campus e una nuova aria, molto più fredda di quella di poco fa, termina il processo di risveglio. Che strano, adesso vorrei aver con me felpa e giacca.
Big Z mi racconta quello che gli è stato detto: per l’ottenimento del visto dovrà prima dimostrare una solida disponibilità finanziaria, poi iscriversi a un corso di lingua della durata di venti ore a settimana. Una volta iniziata l’università vera e propria, se non frequenterà almeno l’ottanta per cento delle lezioni correrà il rischio di andare in prigione. Olé.
Quello che l’ha più colpito sono comunque le strutture: oltre all’anfiteatro visto un attimo fa, c’è la Cox Arena, un vero e proprio stadio dove si tengono i concerti più grossi. A far la parte del leone, gli impianti sportivi: per gli incontri ufficiali di football, basket, baseball e calcio gli studenti hanno a disposizione gli impianti della città, per allenamenti e partitelle un’infinità di campetti e palestre, piscine e campi da tennis. Insomma, è come se si potessero giocare a Marassi le partite di calcio tra la squadra di Economia e quella di Architettura: l’Italia vincerebbe anche i prossimi quattro Mondiali. Alcuni luoghi di culto consentono di soddisfare i bisogni spirituali, svariati negozi quelli materiali. Altra chicca, i corsi: a parte gli esami di football e surf, stupisce l’impervio corso di Conoscenza degli oceani riservato agli studenti di Economia, con esame finale rigorosamente a risposta chiusa. Qualcosa mi dice che se inizierà davvero l’università, il mio caro socio Big Z vivrà una vita scolastica decisamente dura. Appreciate.

Shopping center.
La prossima meta è Fashion Valley, una sorta di tempio dello shopping con più di duecento tra negozi e ristoranti. Big Z deve acquistare un iTouch, la versione evoluta dell’iPod, con navigazione in rete e grafica rivoluzionaria. Parcheggiamo in un’enorme area in cui non riesco a prendere riferimenti, perdo subito Big Z e me stesso: in pochi minuti passo attraverso cinque negozi, sorvolo tre scale mobili e attraverso due piazze, in quella che davvero è la ricostruzione di un paesino che ha gli abitanti sostituiti da commessi. Sono istupidito dal viaggio o non riesco proprio ad abituarmi a tutta questa grandezza? Sento già l’altoparlante sfottermi: “Un bambino italiano è atteso al parcheggio dal fratello maggiore Big Z”. Provo a chiamarlo, atroce scoperta: il mio cellulare non funziona! Vero, me l’avevano detto: con una SIM italiana negli States funziona solo il quad-band. Sono solo, voglio la mamma.
Una spintarella improvvisa mi scaraventa nel negozio Apple. La mano è familiare, che bello, non sono più un puntino disperso su un foglio sterminato. Mille inservienti in camicia rossa accorrono a cercare di vendere, io mi perdo nello sfoggio di tecnologia e design del negozio, guardando con sincero affetto le infradito ai piedi di molti di loro. La maggior parte degli astanti è radunata attorno a quella che pare essere la novità ultima della casa della Mela… l’iPhone, che aggiunge all’iTouch la telefonia mobile. Arriverà in Italia prima della fine dell’anno prossimo?
Confronto alcuni prezzi e mi rendo conto che qui costa tutto molto meno: il prezzo in dollari è uguale a quello in euro, ma il dollaro è così debole che si riesce a risparmiare oltre il trenta per cento! Faccio felice un commesso-infradito chiedendogli un’informazione e mi accorgo che tutti gli articoli sono esposti al loro prezzo netto. Alla cassa, verranno aggiunte le tasse, pari al 7,75%. Non il 20 e nemmeno il 10%. Ah, Italia mia, perché ci vuoi così male?
Big Z si avvicina contento con l’iTouch: è davvero ben fatto e per dimostrarmelo mi fa guardare un video di skate appena scaricato. Penso a mia cugina entrata in un comitato di protesta per il mancato arrivo dell’ADSL nel suo paesello e sorrido.
Celebriamo il nuovo acquisto con una visita a un negozio di vestiti da surf e skate, il Sun Diego. Mi aspetto di trovare tanti Danny e Tommy, biondi, spallati, un mezzo ricciolo ribelle e berretto da baseball girato e… non sbaglio di molto, perché se i pochi commessi sono stupendamente tipici, sono le ragazze a scorrermi via. Niente Baywatch, quanto una selva di esserini minuti dai tratti asiatici e di imponenti matrone dai fianchi strabordanti. Salutate asiatiche e matrone, Big Z mi presenta come un musicista europeo famoso, esagerando in maniera sproporzionata un anonimo passato di chitarrista; il branco si dirige squittendo verso di me, come verso un Jimi Hendrix reincarnato. Big Z mi fa segno di inventare pure, in modo da poterne accalappiare qualcuna.
Funziona così, in una nazione che è un continente e dove il rischio di essere confusi nella massa è dietro ogni angolo: la celebrità a qualsiasi livello è una porta spalancata verso i privilegi più goderecci. E non va dimenticato l’eco che ha il raggiungere una certa posizione qui rispetto al resto del mondo: non è difficile immaginare che cosa voglia dire essere Slash o Bruce Springsteen rispetto a, con tutto il rispetto, Andrea Braido o Piero Pelù. Mi scrollo di dosso le asiatiche minute, mando le rotonde matrone a rimbalzare come palle da biliardo addosso ad altre sponde e inizio a curiosare. Scelgo i Sanuk, sandali chiusi da spiaggia che, grazie alla suola in plastica, permettono di passeggiare anche in strada.
Riprendiamo la Mustang per dirigerci verso un altro negozio di surf&skate. Mentre giocherella con il nuovo acquisto, Big Z realizza che con l’ingresso nella freeway può connettersi wireless in rete! Magia americana: aggiorniamo io MySpace, lui Facebook, in breve siamo all’uscita per Downtown, il centro. Big Z è veloce, fa saltare la Mustang sui rapidi cambi di pendenza della strada come se fossimo Bo e Luke. Temo che Roscoe P. Coltrane ci veda davvero, invece ci infiliamo in un parcheggio al coperto sulla Fourth Avenue, la Quarta Strada. Prendiamo il biglietto d’ingresso ed entriamo nel centro commerciale adiacente, Horton Plaza. Questa volta non voglio far spazientire il mio amico, cerco un riferimento per il parcheggio: ogni piano è contraddistinto dal nome di un frutto, bene, non mi perderò. Mi aspetto un grande supermercato, invece, come già visto in Fashion Valley, davanti a noi si apre l’intera riproduzione di un quartiere dai toni esotici, con palazzi a tre piani dai colori vivaci e uno stile architettonico che fa pensare al Messico. Al piano terra incontriamo numerosi chioschi e, in prossimità di bar con posti a sedere, ampie piazzette. Ancora, nessuna casa vera e propria, solo negozi, bar e ristoranti. Dimensioni.
L’effetto del mio pasto sta finendo, l’energia donata dalla Monster pure e chiedo di andarcene a comprare qualcosa di più sostanzioso. Ho già voglia di una carbonara?
Posso ora guardare Downtown: quello che ne ricavo stravolge ogni mia consuetudine, costringendomi a dimenticare la Storia di cui ogni italico centro cittadino trasuda. Il profilo della città è delineato dai grattacieli di recente costruzione, le strade sono ampie e ben tenute, gli edifici più bassi ordinati e allineati secondo un piano regolatore che ha subito ben pochi traumi. E’ una grande scacchiera in cui i classici cardo e decumano dei Romani hanno resistito sino ai giorni nostri: pur trovandomi a San Diego, da adesso posso ben dire di essere in grado di orientarmi anche a Manhattan.
Big Z si lascia anche andare a qualche nota turistica: di fronte alla sbarra che si alza sta l’Hard Rock Café da poco aperto. Me lo sconsiglia, prezzi troppo alti. Da lì, si apre il Gaslamp Quarter, un rettangolo di due file di case tra la Fourth e la Sixth, la Sesta, e tra Broadway e il porto, ritenuto storico perché risalente a fine ‘800. Popolato al tempo da facili donnine, giocatori d’azzardo e fumatori d’oppio, è stato dapprima ripulito, poi abbandonato e, negli ultimi trent’anni, rimesso a nuovo. Faremo una visita più approfondita in un altro momento, perché la zona, seppur meno estrema di un tempo, è comunque la più ricca di bar e locali di tutta Downtown; anzi, di tutta la città, se non fosse per la concorrenza di Pacific Beach, l’area a ridosso delle spiagge. Non riesco a vedere altro se non un ostello della catena Hostelling International, fatto che ben mi dispone perché lascia a intendere che la città di San Diego accoglie nel proprio cuore anche i turisti più squattrinati. Poi, abbandonata la Avenue per immetterci prima in Market Street e poi in State Street, scorgo il profilo di qualche grattacielo che lascia subito spazio a una serie di case a un piano, graziose e rasserenanti, con vista sull’Oceano: è Little Italy, immagino per la provenienza degli abitanti e non certo per l’architettura. Subito dopo, l’ingresso nella freeway numero 5.

Supermarket.
Puntiamo la Mustang verso un ingrosso della catena Costco. Google Map aiuta a non perderci, una carta per studenti ottenuta da uno dei coinquilini ad accedervi. Nella disposizione delle merci in grandi imballi, nell’assenza degli articoli più sfiziosi, nella generale praticità dei commessi non è dissimile dai nostri; differisce in un solo aspetto, fin troppo facile da indovinare: le dimensioni. Davanti a noi si profilano una foresta di buste e bustoni, un ranch di tagli di carne, un circolo polare di surgelati, colline su colline di vino, un maremoto di bevande e succhi e una prateria di patate e cipolle. Ma un orticello di frutta e verdura fresche e una pozzangheretta di pesce. Poveri Danny e Tommy, allora non è colpa loro: come possono affinare il proprio gusto se quando vanno a fare la spesa trovano solo bustoni? Non sanno più che cosa è naturale e che cosa non lo è, e hanno tutto il diritto di confondere fresco con freddo, saporito con insapore. Un giorno capirò come possono avere un fisico così ben strutturato; capisco invece di più la ricorrente presenza di gommose matrone strabordanti.
Vado al vino: o francese, che per insolito nazionalismo nemmeno prendo in considerazione, o il californiano Robert Mondavi, prezzo medio ventotto dollari. Opto per un italico campione, un Chianti D.O.C.G. che orgoglioso fa capolino in mezzo al plotone locale. Prezzo: tredici dollari, mistero della fede. Afferro una patata: sorpresa, è così grande che solo un pitone riuscirebbe a mangiarla intera. E la sua amica cipolla lì accanto? Una basterebbe per un mese di soffritto a una mensa. Non parliamo dei pomodori! E i tacchini? Sembrano dei maiali così gonfi da avere la pelle più tesa di una sessantenne al quarto lifting. Sgambetto qua e là, mi diverto a immaginare come animali e piante possano essere cresciuti per diventare così. OGM? Sole? Steroidi? Grandi spazi? Non m’importa, meglio infilare la testa nel pertugio della frutta e verdura e rinunciare ai miei propositi di mangiare pesce, vista la sola presenza di mezzo salmone e di quattro gamberoni. E poi via, verso i burger, la gloria nazionale. A far loro compagnia, un esercito di salse e condimenti fat-free, senza grassi, come se i carboidrati possano rappresentare i garanti sicuri di una linea perfetta. Il bello è che il Marketing della Dieta non si limita a rendere appetibili le salse, il cibo meno adatto al mondo alla forma fisica, ma si estende anche ai biscotti, ai dolci, agli yogurt, alle bevande gasate e a qualsiasi alimento che ogni salutista mai si sognerebbe di acquistare. Il fat-free compensa conservanti, coloranti, stabilizzanti e quant’altro di chimico sia contenuto nel cibo, secondo un rapporto di fiducia tra produttore e consumatore altrove mai così stretto. Dopo aver passato in rassegna l’intero ingrosso, esco solo con pasta e verdura. Big Z mi guarda con compassione, imparerò presto ad abbandonare tali italici strascichi in favore degli alimenti locali. Tremo.
Case, strade, università, shopping center e supermarket surclassano in grandezza i loro omologhi italiani. Mi sento piccolo, sento la vastità del mondo attorno a me e mi dico che le dimensioni non contano.
Si va a casa a cucinare, Big Z, con un sorrisone beato, decide la serata: “La notte a Pacific Beach è incredibile. Stanotte, nessun pensiero che non siano ragazze!”
La prospettiva cambia: se ho davvero dalla mia parte il protettore degli italiani incoscienti all’estero, San Rocco da Siffredi, non sento il BelPaese particolarmente in difetto.
E’ vero, le dimensioni contano.

 

Scritta da maxtromba il 24/10/20081 commenti

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