Storia

 


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Fifth Avenue
Dietro di me il porto, alla mia sinistra la Fourth Avenue, di fronte la Fifth, alla mia destra la Sixth. Quarta, Quinta e Sesta Strada, tutto in ordine. Dove sono? Nella bergamasca? Dura, lì le vie sono intitolate a muratori famosi. In Groenlandia? Altrettanto improbabile: i paesi sono così piccoli che le vie non hanno magari nemmeno un nome. A Manhattan, New York? Può essere, del resto in quanti film abbiamo visto delle scene d’azione ambientate in una strada contrassegnata da un numero?!
Invece, mi trovo nel centro città – Downtown - di San Diego, California. Un amico italiano ormai trasferitosi, qui chiamato Big Z, sta aprendo le mie porte della percezione e mi sta illustrando il funzionamento delle celeberrime scacchiere americane. I classici cardo e decumano dei Romani hanno resistito sino ai giorni nostri e Big Z vuole che mi possa orientare in tutta l’America.
Le tre strade delimitano una zona detta Gaslamp Quarte1, un rettangolo di due file di case chiuso a sud dal mare e a nord da un’altra strada avente un omonimo molto famoso, Broadway. La sua costruzione, risalente a fine ‘800, la rende un’area storica, il cui interesse aumenta per le storie di cui è intrisa: popolato ai tempi da facili donnine, giocatori d’azzardo e fumatori d’oppio, è stata dapprima ripulita, poi abbandonata e, negli ultimi trent’anni, rimessa a nuovo, tanto da essere, ormai, tra le zone più ricca di bar e locali di tutta la città. La nostra meta ultima, soprattutto quelli della Fifth.
Una supercamicia a fiori in una vetrina all’angolo con K Street attira l’attenzione di Big Z: più larga di una pizza gigante, più mastodontica di un prima linea dei Chargers, la squadra di football americanio di San Diego, è una bella testimonianza di quanto le dimensioni, qui, siano la base di partenza per tutto. Big Z ne è attratto; quando usciamo da Hilo Hattie, un marchio di vestiti e accessori solamente hawaiiani, ho con me un bella scorta di camicie da Magnum P.I. e al collo una collanina di conchiglie avuta in omaggio per l’acquisto.
Vediamo se i conti continuano a tornare: dietro di noi c’è L Street e, se ora siamo in K Street, davanti non ci può essere che J Street. Controllo, tutto coincide, è fantastico. Ci sono lo stesso due eccezioni: invece di H Street c’è Market Street, invece di I Street c’è Island Avenue. Se è facile perdersi nella sterminata grandezza americana, almeno in centro il corso della storia è per ora riuscito a far cambiare il nome a due sole vie.

Proseguiamo. Accanto a noi, un vero ristorante italiano, l’Acqua al 2 Firenze. Ho sempre pensato che posti del genere in America non contenessero che delle tristi storpiature della nostrana ristorazione: non è un mistero che in tutto il mondo tranne che in Italia il ragù sia chiamato bolognese sauce, salsa alla bolognese. Mi avvicino quindi alla carta esposta fuori del locale con l’intento di smascherare genuini errori ortografici da immigrati di seconda generazione, come pasta i faggioli o, peggio, veri e propri insulti alla tradizione mascherati da piatto italiano come un’ipotetica insalata napoletana preparata con lattuga, calamari, mango e ketchup. Invece, un cartello informa che il locale nasce da una costola dell’omonimo ristorante di Firenze… da questa rivelazione in poi non può che essere puro paradiso, con i rigatoni alle melanzane, i cannelloni ricotta e spinaci, la lombatina al pepe verde e, addirittura, il tiramisù, celeste sinfonia di golosità concepite per rinfrancare un palato martoriato dalla monotematica dieta locale a base di proteici burger e proteiche uova con bacon.
Di là della strada un locale australiano, il Bondi.
La grande area all’ingresso è caratterizzata da curiose luci a forma di anemone di mare appese al soffitto, mentre nella sala successiva ci troviamo in quello che è tra i locali dal design più accurato che abbia mai incontrato, con un’originale fusione tra linee ultramoderne e richiami esotici del deserto australiano.
Sono l’attrazione principale del gruppetto di amici di Big Z, il più acculturato attacca con un’educata serie di discorsi d’interesse generale: a San Diego ci sono una temperatura media annuale di circa 21° Celsius e un tasso di precipitazioni annue vicino ai valori delle zone aride. Il valore degli immobili, grazie alla bassa criminalità, è cresciuto più in questa città che nel resto degli States, salvo scendere a un tasso altrettanto vertiginoso a causa delle politiche economiche sbagliate di Bush Jr. L’assenso degli altri dà a intendere che l’opinione è condivisa, quando non generalizzata. Big Z s‘allontana per portare a tutti un bicchiere di vino australiano, altra specialità del posto dopo la birra, pure importata.
L’amico acculturato ringrazia e riprende a parlare buttandosi sulla demografia e sul milione abbondante di persone che vivono in città, io replico manifestandogli il mio stupore per il dover percorrere sempre almeno quaranta chilometri per ogni spostamento. Realizzo a occhi aperti che quell’inebriante sensazione di grandi spazi e di libertà che ho sempre pensato costituisse l’essenza del territorio americano nasce da qui, dal rendere città una superficie che in Italia verrebbe usata per almeno due province.
Tocca a me offrire il prossimo giro, Big Z saluta tutti e mi spinge fuori. L’America è vasta, sterminata e per creare, forgiare e realizzare bisogna anche essere veloci, ogni cinque minuti un nuovo amore, un nuovo cliente, un nuovo bar sono in attesa di essere conquistati, esplorati, vissuti. Ritorniamo sull’altro lato della strada, attirati da una promettente insegna con donnina al centro, quella del Gaslamp Strip Club. Diamo un’occhiata all’interno del locale, ma pare una semplice steak-house, un posto in cui ci si siede a mangiare le celeberrime bistecche americane. Non ho fame, meglio il posto accanto, il Dick’s Last Resort, L’Ultimo Rifugio di Dick, che sembra promettere bene per le numerose tavole da surf appese accanto all’insegna e per lo striscione supplementare che invita a entrare in un’altra sala detta Reggae Black Bar. Uno spazio all’aperto con una cinquantina di coperti fa pensare a belle e informali feste estive, il menù esposto all’ingresso è la ciliegina sulla torta che induce me a entrare e Big Z a fuggire: se già aveva avuto dubbi dall’insegna - Dick non è solo un nome proprio ma anche uno dei modi di indicare l’organo genitale maschile -, la presenza dell’Italian Stallion, il panino di about 9 inches of mild italian sausage w/ grilled sweet peppers & onion for 6,99$, oltre venti centimetri di salsiccia italiana con peperoni dolci alla griglia e cipolle, gli fa venire il terrore di essere all’ingresso di un refugium peccatorum omosessuale. L’Ultimo Rifugio del Cazzo, appunto. Per me è umorismo, lo costringo a entrare con la forza.

Appena varcato l’ingresso sentiamo gli accordi di un pezzo che adoro; sul palco, un duo che sta facendo ballare una decina di persone nell’unica zona non occupata dalle lunghissime tavolate conviviali che caratterizzano il locale. Le raggiungo passando accanto al grande bancone sul lato destro; accanto a me è un fiorire di compagnie di grassoni che bevono birra e si infilano in bocca gli oltre venti centimetri di salsiccia italiana. Albin, resta pure a La Cage aux Folles, qui non ci si sta riferendo a te. Il Dick’s ha l’aspetto di un enorme bar americano di campagna: mattoncini rossi alle pareti, soffitto alto e tanta informalità a buon mercato. Il menù all’interno esaspera i toni all’ingresso: un fumetto spiega che yuppie, avvocati e newyorchesi pagano un extra; un inciso prende in giro il salutismo americano chiedendo di mangiar sano utilizzando le salse, un altro spiega che la robaccia in vendita è comunque salutare abbastanza per una donna e grande abbastanza per un uomo. Bell’esempio di umorismo americano scorretto e giro di birra più che meritato.
Ripreso il cammino lungo la Fifth, attraversata Island Avenue, la prima delle due strade atipiche, ci troviamo tutta una fila di locali sulla destra.
I primi sono il Fred’s Mexican Café, un locale messicano pieno di gente, e il Moose McGillycuddy's, più piccolo, all’apparenza più informale. Scegliamo il secondo, i dubbi nascono subito: tra luci da discoteca tradizionale, musica a tono e poca gente, voglio subito scappare al Fred’s.
In questo è difficile persino muoversi, ormai la serata è nel vivo e non possiamo che adattarci alla situazione. Il grande bancone ospita cartelli e annunci con offerte di ogni tipo, confuse nel tripudio di giallo, verde e bianco che caratterizza il tutto: gli sconti del cinque di ogni mese, gli sconti sui tacos del martedì, gli sconti sui margarita e sulle birre dell’happy hour… senza la voglia di perdere troppo tempo, ci buttiamo sul superalcolico. Forse è un fastidio solo europeo, ma credo che tutta questa enfasi nel descrivere gli sconti serva più a scoraggiarli che a promuoverli.
Perdo Big Z e, per il tempo che trascorro in compagnia di due altre tequila, m’abbandono al piacere di guardare gli altri. In fondo al bancone, un gruppo di amici urla e ride in maniera disordinata, dando prova di non avere altri programmi per le prossime ore. Opposto è il caso della coppia alla mia sinistra: lei ha una delicata malinconia nello sguardo, lui ha un’età troppo avanzata. Non ridono, parlano poco, quando si ricordano di essere in giro insieme lei ordina cocktail supersonici che lui le compra. Poi, torna a guardare da un’altra parte. Quale sarà la loro assurda storia? Il sale e limone precedenti l’ultimo sorso di tequila mi fan tornare la voglia di uscire ed esco, senza il mio amico.
All’incrocio con Market Street, la seconda via atipica, mi si presenta una situazione strana: per terra quattro simboli grafici che paiono frecce incompiute, a ogni angolo almeno tre semafori. Che succede? Aspetto qualche avvicendamento tra rossi e verdi e capisco: l’attraversamento in diagonale è regolamentato! Come un esploratore del ‘700 percorro il passaggio a nord-est, per trovarmi nei pressi di una folla in coda per entrare in un locale dal nome promettente, il Whiskey Girl. Mi aggiungo agli altri. Il buttafuori, uguale a quelli che vedo in Italia in quanto a corporatura, differente in un abbigliamento che prevede pantaloni a cavallo basso e berretto da baseball girato all’indietro, rimanda indietro diverse persone. Mi spiegano che la selezione all’ingresso è piuttosto rigorosa, con un’eterna serie di accessori e indumenti non concessi: cappellini senza visiera, bandana, canottiere, portafogli con catena, indumenti con colori militari o che rimandano a qualche gang, scarponcini da trekking, vestiti sportivi, pantaloncini da surf… mi perdo dopo i primi due e cerco di entrare sulla fiducia. Mostro il passaporto e non vengo fermato.
Attraverso la sala dopo l’ingresso e mi butto nella calca che aspetta di ordinare da bere. Nonostante il bancone occupi tutta la parete, non so quanto dovrò aspettare. In verità, sono nella stessa situazione di poco fa al Fred’s: la gran parte delle persone, più che in attesa di ordinare, è in piedi per vivere la propria serata, solo che inizio a sentirmi solo. Prendo una birra, poi un’altra, finché un lentone strappamutande, I Don’t want to Miss a Thing degli Aerosmith, mi porta verso la pista. É incredibile quanto siano fortunati tutti i madrelingua inglese: sentono una canzone in discoteca e la possono cantare, vanno al karaoke e non si devono accontentare del successo sanremese. Salgo sulla pedana di norma riservata alla live band, voglio farmi vedere, risentirmi al centro dell’attenzione. Parte un pezzo hip hop, le ragazze si contorcono e si dimenano manco fosse l’ultimo mese fecondo della loro vita, il disagio aumenta perché non so ballarlo: non sono cresciuto con queste usanze tribali e il tempo trascorso dall’arrivo è troppo breve per integrarmi davvero. Forse dovrei solo aspettare d’intercettare qualche sguardo, forse sono solo troppo sobrio, come dimostra il riuscito affondo di un molesto sbucato dal nulla sulla ragazza che sto osservando.
Big Z spunta, affatto a sorpresa, mettendomi in mano uno strano cocktail fatto di un bicchierino di intruglio scuro inserito in un più grande bicchiere di liquido chiaro: è lo Jägerbomb, cocktail di Jägermaister e Red Bull che va fortissimo. Alla goccia. Big Z è ciondolante e molto, molto più sbronzo di me. Come c’è riuscito in così poco tempo?

Cops.
La Fifth cessa d’offrire ritrovi interessanti. S’è fatto tardi e la nostra situazione neurologica non consente chissà quale salto di qualità: ripercorriamo a ritroso la Fifth per tornare alla macchina. Non sentendomi proprio sobrio e fresco come una rosa appena sbocciata, vorrei evitare di assumermi la responsabilità della guida: a meno che abbia creato un checkpoint in cui le macchine sono disposte perpendicolarmente alla strada fino a sbarrarla quasi interamente, negli Stati Uniti la polizia non ferma nessuno che guida in maniera corretta. Al primo errore la probabilità diventa però altissima, soprattutto se si compiono manovre in cui si può supporre lo stato d’ebbrezza. Chiedo se è possibile prendere un taxi. La risposta non lascia alternative: le grandi distanze rendono troppo costosa una soluzione del genere, perciò la prassi è di uscire in compagnia di una persona che per quella sera resterà sobria. Mi rassegno, spero solo in qualche santo protettore.

Non passano che dieci minuti dall’ingresso nella freeway che mi ritrovo abbagliato da una potentissima luce. Vorrei fossero gli Ufo, ma i lampeggianti blu e rossi sovrastanti fari che illuminerebbero a giorno un intero stadio da baseball non lasciano spazio a dubbi: cops, polizia stradale, insomma, guai seri. Dov’è il mio santo protettore? Big Z, perché hai lasciato guidassi?
La prima frase di un Big Z di colpo ritrovatosi è: “Sono cazzi”, la seconda: “Ci vediamo in Italia”. Mi fa accostare lentamente, m’intima di mantenere la calma e mi fa allacciare la cintura. Nel farlo rovescia l’ennesima bottiglia di birra appena aperta: errore madornale, perché in America è vietato tenere in macchina anche alcolici chiusi, a meno siano nel bagagliaio; figuriamoci che cosa può succedere se il sedile posteriore ne è pieno e una parte è appena finita sul pavimento della macchina. La terza frase è: “Ci vediamo in galera”, la quarta è mia: “Se finiamo con uno che ama i ragazzi giovani, tu sarai il primo.”
Passano diversi minuti, i poliziotti non scendono. Forse hanno paura d’avere a che fare con criminali incalliti, forse vogliono solo farci innervosire per indurci a scappare e lanciarsi in uno di quegli inseguimenti che gli piacciono tanto. Avremo di fronte Roscoe P. Coltrane o Frank Poncharello?
Chiedo a Big Z come è meglio mi comporti, suggerisce di fare l’italiano tonto che non sa le regole: a lui è capitato di essere beccato senza biglietto sul trolley, l’autobus, e se l’è cavata dicendo in un americano stentato che non aveva ben capito come funzionasse
il tutto. In effetti, a parte le mie paranoie, non ho la più pallida idea del motivo per cui la volante ce l’abbia con noi.
Un sosia di Chuck Norris m’invita a seguirlo.

Prima richiesta di Chuck: se ho bevuto. Assolutamente no. Seconda richiesta di Chuck: una riconferma di quanto ho detto, non mi crede perché la macchina puzzava troppo d’alcol. Confermo, non ho per niente toccato bevande alcoliche: meglio negare anche l’ovvio, tanto vale essere coerenti. Terza richiesta di Chuck: se il mio amico ha bevuto. Come chi sta per morire vede in un lampo tutta la sua vita, allo stesso modo mi scorrono davanti tutti i bicchieri della serata, compresi quelli cui non ho assistito ma che la situazione facilita a immaginare. No, nemmeno il mio amico. Sono così naturale da sentirmi a mia volta disarmante. Penso a come italianizzare il mio accento, dopo due parole trovo non ce ne sia bisogno: la tensione fa tutto da sola.
Inizio la commedia chiedendo come mai sono stato fermato. “I waaaannaa respect… eeeeehhh, de american rulesss”, voglio lo stesso conoscere come funziona qua, perché in Italia la mia guida non avrebbe dato origine ad alcun problema. Chuck è marziale: un lieve zigzag nel restare in corsia gli ha fatto dubitare della mia sobrietà. Da noi si guida con il cellulare nella mano destra, il finestrino abbassato e il gomito sinistro a sporgere, mi sento mancare. Ribadisco, con la massima purezza, che in Italia non avrei avuto alcun problema perché, si sa, da noi un po’ tutto è permesso. Chuck non cambia espressione ma mi dà ragione: se non sono ubriaco, non mi porterà in galera. God bless Chuck Norris.
Mi accomodo sul sedile posteriore, separato da lui da una grata che, invece, ricorda molto la prigione. Durante il controllo del passaporto, ho la tentazione di confessare tutto e di dirgli di sbattermi pure dentro, tanto è inutile continuare questa farsa. Invece, dopo altri interminabili minuti, annuncia che il controllo è andato a buon fine. Niente cella, niente rimpatrio?
Chuck mi fa scendere dalla volante, prende un oggetto dalla vaga forma di una pistola e me lo mette in mano, invitandomi a fare la prova del palloncino; cella sicura, rimpatrio.
Mi metto la pistola in bocca, mi sento vomitare. Tento la più stupida delle carte, il presunto asma, Chuck replica con la più efficace delle parole: jail, prigione. Soffio, dopo pochi istanti tossisco lo stesso, non è facile eseguire un ordine sapendo di scrivere la propria condanna a morte.
Chuck si fa insofferente. Chuck non perde tempo, Chuck agisce.
Riprovo soffiando lentamente, come se volessi istintivamente allungare il mio tempo di permanenza negli Stati Uniti, ma la pistola si inceppa. Chuck me la toglie dalla bocca, ho l’improvviso terrore che faccia partire un colpo per caso, come John Travolta-Vincent Vega in Pulp Fiction. Chuck ordina, io so di non avere altri tentativi. Infilo di nuovo lo strumento in bocca e inizio a soffiare. Chuck è accanto a me, compie piccoli saltelli e tiene i pugnetti chiusi. Risentito, mi incita a non mollare: “Blow, blow, blow, blow”, “Soffia, soffia, soffia, soffia”. Se non coltivassi anche solo una piccolissima speranza di farcela, gli scoppierei a ridere in faccia. Legge il valore sullo strumento.
Perplesso, mi lascia andare con un paterno “Drive safe!”, “Guida in sicurezza!”
Boh, che miracolo non è mai questo? A chi devo la vita? Scelgo il mio santo protettore, San Rocco da Siffredi, l’ultimo dei grandi italiani e da adesso protettore dei guidatori incoscienti.
Rientro in macchina, allaccio con lenta devozione la cintura di sicurezza, guardo la volante partire e sorrido al mio amico Chuck.
Il primo contatto col mondo dei giusti è l’espressione ebete di Big Z, il secondo è il sentirmi dire che ho la sua stessa espressione ebete. Rimetto in moto la macchina e non parlo più fino a casa.
Welcome Home (Sanitarium), come dicevano i Metallica.

 

Scritta da maxtromba il 24/10/20081 commenti

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Ueh..! devo farti un appunto.. Io sono di Bergamo, ma qui le vie, più che a famosi muratori, sono dedicate alle circa 18.000 specie di polenta che consacrano ogni riunione di famiglia (colazione compresa)!! :))

Inviato il 30/10/2008 alle 14.15 da Gipsy
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