Storia

 


Circoli Circoli

Sì, probabile: non era il 25 marzo quella sera. Quando Eva girava da via Pola in via Restelli e si lasciava sulla destra il parcheggio dove stava la Bianca con le altre due brasiliane: la biondissima, quasi platinata, con la pelle delle tette più chiara per il segno del costume (che strano che pigliasse la tintarella con il due pezzi, lei che non si fa problemi a mostrare le zinne gommose completamente scoperte), e la mora, con la guêpière nera di pizzo, la stivalata in lattice e la camicia stretta attorno al seno, che scopre la pancia piatta, dove si intravedono gli addominali a tartaruga. Poco oltre, appoggiata alla portiera dell’auto aperta, ecco la Micky, l’amica della Vanessa, detta anche mucca Carolina (così la chiamava, sprezzante e vagamente spandimerda, la Linda). Era in piedi. Statuaria, sui tacchi delle sue docoltè di vernice rossa. A ripararla dal vento, anche se si trattava di un Fohn decisamente caldo per il periodo, il mantello. Quello che sembrava una perfetta imitazione del drappo che Mina sfoggiava nelle foto del cd Cremona. Le stava bene. Chissà se lo aveva fatto fare lei così, apposta. O se lo aveva trovato, magari in uno di quei vecchi e storici negozi dove andavano già a rifornirsi le prostitute di livello, prima che nascessero i Sexy Shop con i loro angoli dedicati ad accessori e indumenti hot. Roba comunque un po’ kitch, appariscente e costosa: colori sgargianti, tessuti cangianti, perline e paillettes, tagli provocanti.

Eva l’aveva notato subito, passandole accanto a 30 all’ora. Azzo, che umiliazione, lei vestita coi soliti “straccetti” dei cinesi, rigorosamente azzurri per far pandant con il colore dell’ombretto e ingentilire i lineamenti; lei, che a bordo di una vecchia utilitaria grigia, sfilava a fianco di quell’otto cilindri per 4mila di cilindrata e interni in vera pelle nera: un monolocale semovente. In quel momento era fermo, a motore spento, in attesa della contrattazione con il cliente di turno; in attesa di rimettersi in moto verso il bilocale al terzo piano dello stabile di via Farini, prima del cavalcavia sui binari che uscivano (ed entravano) della stazione Garibaldi. Eva aveva subito pensato che la bella brasiliana (più vicina ai 40 che ai 30 malgrado l’età che lei spacciava), con la quale scambiava solo occhiate e sorrisi soffocati dall’imbarazzo e dall’invidia, amasse Mina. Magari ne apprezzava le canzoni in spagnolo già ai tempi, quando viveva ai bordi di una favela, a João Pessoa, e buttava giù i primi ormoni, passati dall’amichetto nero, Gustav, che sognava un seno grande e sodo come quello delle “colleghe” più grandi, e si sarebbe iniettato silicone industriale, credendo che non ci fosse differenza con quello per gli esseri umani, finendo dritto in Rianimazione. Prima di finire, ben peggio, ma solo qualche anno dopo, in via Novara, a Milano. Ché anche lui, ormai dotato(a) di un aspetto femminile, era arrivata in Italia, dove aveva presto “riscattato” il passaggio e l’avviamento al “lavoro” da parte di un amica(o) conosciuta in una strada della sua città, dove batteva per pochi cruzeiros sognando l’Europa. Forse, a dire il vero, non proprio quella via lì. Dopo San Siro, dove negli anni Sessanta solo alcune luci rischiaravano le notti buie e nebbiose, quando non c'erano i lampioni arancioni nè gli occhi elettronici del vicesindaco de Corato a dare "sicurezza" alle strade, ma solo i fuochi delle puttane.

Tant'è: troppo grande era l’effetto prodotto su tutti i cerbiatti in erba rimasti in Brasile dai racconti di quelle che tornavano sempre più ricche da Oltreoceano, a svernare nella terra natìa, scialacquando ed elargendo denaro ad amici e parenti, che non chiedevano e non vedevano più figli e fratelli diventare sempre più viado, ma belle, bellissime creature, sensibili e generose. Soprattutto, generose, tanto da cambiare la vita a chi era rimasto a casa, con le rimesse spedite regolarmente.
Anche Gustavo, una volta raggiunta Milano, si era dato da fare sulla strada. Per poter tornare presto al paese pieno di soldi, quelli per diventare sempre più femmina nel corpo certo, e per trasformare critiche, urla e insulti in parole di approvazione o silenzi interessati (dei famigliari), o in sguardi ammiccanti e proposte sessuali (dei vecchi amici di giochi).

Ma una notte di molti anni dopo, proprio nella via alla periferia di Milano di cui aveva sentito tante volte parlare dalle colleghe emigrate prima di lei, laddove ormai da tempo si era conquistata un pezzo di marciapiede su cui esibire tette e culo ai potenziali clienti senza temere raid punitivi, botte o coltellate, aveva incontrato i due truzzi di Rozzano. Li conosceva bene, avandoli soddisfatti altre volte, nel boschetto laddietro, oltre gli alberi e i cespugli; oltre le telecamere messe ogni 200 metri sulla strada. Erano arrivati su una Punto bianca, mentre lei, seduta sul cofano dell’auto, aspettava il sesto o settimo cliente della sera, fumando una Camel light dopo aver sistemato il perizoma sul sedere, ormai sformato dalle iniezioni di silicone che cominciava a cedere, rischiando di scivolare verso il basso (fino ai talloni era sceso quello che aveva messo la Lidia, poveretta, e nessun chirurgo era disposto a metterci mano, o bisturi, ché il prodotto introdotto da un’estetista senza scrupoli, come era prevedibile e già successo a tante altre, si era solidificato e poi staccato dalla carne e dai muscoli cui si era inizialmente aggrappato, spostandosi, inesorabile, vesso la coscia e poi sul polpaccio).
“Samantha: facci un chinotto”, le avevano proposto i due zazza con la voce stravolta dall’alcol e dalla droga. Le era bastata un’occhiata, per capire. Sì, insomma, per accorgersi che erano strafatti. Era successo anche a lei. Anni prima, quando il suo corpo statuario era diventato oggetto di desiderio non solo dei clienti per la strada, da 100 mila lire a botta in casa, ma pure di ricchi manager, professionisti e figli di papà che ne avevano fatto una delle attrazioni più gradite durante feste private condite da fiumi di alcolici, grammi e grammi di cocaina, rapporti spesso non protetti in cambio di compensi stratosferici. Ecco perché li aveva guardati con sufficienza, riconoscendo negli occhi e nei volti sfigurati da un cocktail di sostanze sballanti i segni di una voglia aggressiva e violenta, del genere che non ammette rifiuti e non si pone limiti. I segni del pericolo.

In più, gli anni d’oro delle feste era finita, ché in quel giro la novità e la carne fresca contano più della consuetudine e dell’affidabilità. Così, quella sera Samantha aveva fatto pochi soldi, meno di quanto aveva preventivato per un venerdì notte. Anche se era agosto. Ché lei non si capacitava ancora di come nei mesi più caldi a Milano l’afflusso di clienti scemasse così tanto, non collegando, nella sua ingenuità e nella scarsa capacità di osservazione e di ragionamento, l’esodo estivo dei milanesi con la riduzione verticale dei suoi incassi serali. Ed era per di più scesa in strada malgrado fosse stanca, dopo aver passato il pomeriggio al Ticino, alla spiaggia gay, con le amiche, a mostrare con orgoglio le tette cui aveva fatto da poco il “tagliando”, pompandole ancora di una taglia, stavolta facendosi impiantare la protesi da “4 e 20”. E le aveva anche fatte toccare ai suoi amici gay, per ridere e darsi le arie, e poi anche al marchettaro rumeno, per arraparlo e arraparsi, dopo essere sparita con lui dietro i cespugli, una decina di minuti soltanto. Sufficienti a godere e far godere.

“No, deve lavorare, prossima volta dai” aveva risposto con cantilena brasileira, ferma e un po’ scostante, senza neppure guardarli in faccia. Del resto, li conosceva bene, li aveva già “fatti” altre volte. Gratis. Ché erano due bei ragazzini, uno italiano e terrone, l’altro di origini marocchine, ancora minorenne. Dotatissimo. Manco l’aveva fatta desistere dal rifiuto il ricordo di quel bel cazzo circonciso che le veniva infilato dietro, duro duro e con forza, proprio come amava lei. Poi, all’ennesima richiesta, quando le parole si facevano volgari e i toni sempre più duri, quasi minacciosi (“oh dai porcoddio facci un cazzo di chinotto puttanone”), aveva alzato a sua volta la voce: “ha deto basta, estassera deve lavorare, torna altro giorno”, e si era voltata dall’altra parte, controllandoli in realtà con la coda dell’occhio.
“Oh Samantha, ma non ti ricordi, sono quello con il cazzone che mi dicevi di schizzarti dentro tutta quanta porcona…", ci aveva riprovato più conciliante Mohammed, che il viado vedeva attraverso il finestrino abbassato posare una mano sul pacco, stringendolo nel pugno, come a comunicarle la sua eccitazione già evidente, lassotto, pronta a esplodere ancora nel suo posteriore. Ma Samantha non notava tanto quel gesto, volgare e provocatorio, ma fissava i suoi occhi, arrossati dall’hashish e spalancati dall’effetto della coca, che lo faceva pure smascellare. In modo così evidente. E Samantha, che di bamba se ne era fatta e a volte se ne faceva ancora, sapeva bene cosa succede quando si esagera con la polvere bianca, e dopo le prime righe se ne stendono altre e altre ancora, e non ti controlli più, ché il cervello se ne va a puttane, prima di te che ne cerchi una vera per svuotarti. Perché la droga ti fa schizzare il testosterone alle stelle. E allora dirigi l’auto o il motorello verso i viali o le strade dove sai che le puoi trovare, dove puoi eccitarti guardando tette e cosce, calze a rete e minigonne. Magari ti fermi anche, e vedi se per caso non finisce che con pochi euro te la puoi cavare. Poi, se va ancora meglio e vai da un trans, magari gli piaci anche, e se dici “eh ma io non c’ho molto soldi”, o, addirittura “non c’ho soldi”, riesci a fare gratis.
E quello le proponevano i due ragazzini, specie quello che guidava, Davide: “dai oh, fai la brava che ci hai fatto sempre gratis: non vedi come siamo giovani ebbelli”, aveva protestato quando lei, per fargli capire che davvero quella sera non era cosa, aveva chiesto i soldi: “se vole escopare, deve pagare amore”.

Quella richiesta, fatta da un travione, cioè da un uomo, anche se con le tette e i tacchi a spillo, lo aveva fatto imbestialire. E si era sentito sminuito, di più: ingiuriato: declassato al livello di quei mezzi froci che passavano sulla provinciale; confuso con degli omuncoli, lui che era siculo di Catania, e gli arrusi sapeva bene come venivano considerati, come andavano trattati. E quello che adesso gli chiedeva soldi per fare sesso, al di là del rossetto e dei capelli lunghi corvini bruciati dalle stirature chimiche, un arruso era. Un arruso che per di più aveva già goduto con il suo paletto ficcato nel culone, e gratis, quando lui e il socio erano passati di lì, su altre auto rubate al Gratosoglio. Un arruso che non mostrava gratitudine. Un arruso che si rifiutava. Si ribellava. Faceva lo smorfioso. Il difficile. Ennò. Lui, Davide, voleva godere. E, in un modo o nell’altro, preso da quel mix di disgusto omofobo atavico e di voglia irrefrenabile indotta dalla barella che gli scombussolava la mente, avrebbe goduto. Ed ecco allora che, aperta la portiera, scende dall’auto e si avvicina al trans. Gli si fa sotto, pochi centimetri dal suo viso. Su cui, rischiarato dalla luce arancione dei lampioni, sotto il segno dell’eye liner tirato intravede ora un alone: della barba.
Ancora più incazzoso e agitato, parte a quel punto di nuovo la richiesta. Che non si limita più al solo: “oh, ci fai inculare o no?”, ma si conclude con un epiteto: “ frocio di merda?”.
E con l’insulto, Davide getta la maschera di confidenza e di ambiguità sfoggiata fino a quel momento. Ora non chiede più a una donna. Ora pretende da un uomo. Da un frocio.
Il no, gridato e aggressivo, con cui Samantha, ora spaventata, cerca a sua volta di spaventarlo, non serve a camuffare il timore che si fa paura. L’ultima.

Davide, spalleggiato dal marocchino, a sua volta scesa dall’auto bianca, grida insulti. Samantha si spaventa, si alza dal cofano dell’auto e si allontana, incedendo meno sensuale e plateale del solito sui tacchi a spillo, che altre volte le erano serviti per eccitare e sculettare, per difendersi o aggredire, usati come armi contundenti con cui minacciare di bucare teste e di spaccare sopracciglia di clienti riottosi o molesti, o solo ribellatisi dopo aver realizzato di essere stati derubati. Ma stavolta, la vittima è lei. Il sesto senso le diceva giusto. E i suoi passi si fanno rapidi, per conquistare la strada, dove sentirsi più protetta a portata degli sguardi degli automobilisti in transito. Ma la prospettiva di essere visibili a chi passava in macchina, se da un lato rincuorava Samantha, la vittima, dall’altra non faceva breccia, non poteva, nella mente ottenebrata dei due ragazzi, gli aguzzini. Che non gridano più. Agiscono.

Davide estrae la lama, senza pensarci su. Mohammed l’afferra da dietro. Davide sferra il primo colpo: zac: taglia l’afa, sbraga un seno. “Ahhhh”: un grido lacerante (maschile): dolore e paura rompono il silenzio. Arrivano altri fendenti, colpiscono ancora una tetta, che perde sangue e siero: silicone. Dopo i primi tagli, anche pugni, schiaffi, nuovi spintoni e ordini secchi: "adesso non te la meni più puttana... mo' ti riempio il culo di merda che c'hai di sborra... dove sono i soldi troia, dove gli hai messi...". Samantha, stordita, presa per i capelli, afferrata e stretta nella morsa di 4 mani come tenaglie, indebolita dalle pugnalate che l’hanno raggiunta, non riesce più a ribellarsi, a resistere: finisce sul sedile posteriore dell’auto bianca. Che parte a tutta velocità, verso il vicino imbocco della tangenziale ovest. Verso il suo Calvario. È tutto lì, nelle immagini di una telecamera. Una di quelle messe un po’ dappertutto a Milano, dopo Londra, la città d’Europa più tele sorvegliata. Questioni di sicurezza, questa la motivazione dei mille occhi appesi ad altrettanti pali in tutta la metropoli. Chissà se Samantha, battendo sotto un obiettivo che riprende a 360 gradi e può leggere una targa a centinaia di metri di distanza si sentiva più sicura. Chissà se sapevano di essere ripresi i due tipi di Rozzano: il disoccupato 20enne con precedenti per spaccio e l’ospite dalla comunità di don Rigoldi che aveva già rubato qualche macchina e per il quale si pensava al rimpatrio appena fatti i 18 anni, che quella sera aveva preferito tirare su coca offerta dal socio piuttosto che mandare giù psicofarmaci prescritti da un medico.

Epperò il filmato c’era. E con quello gli inquirenti sono risaliti al minorenne. Che, messo alle strette, ha confessato, trascinando dentro l’altro. Con lui, dopo essere sgommato via da via Novara, si è fermato in una piazzola. Lì hanno violentato il trans, già agonizzante per il sangue perso che imbrattava i sedili e le portiere. Che odorava già di morte. Lì lo hanno inculato a sangue, nel sangue, mentre chiedeva pietà e spiegava dove potevano trovare gli altri soldi dell’incasso della sera; dietro un albero, forse lo stesso al quale si era altre volte appoggiata Samantha, piegata in avanti, per ricevere i genitali di padri di famiglia o morosi di belle studentesse in clausura per gli esami imminenti; di ragazzini che aspettano il proprio turno per farsi schinottare dalle negre o dai travioni, per ammazzare la noia delle notti d’estate ficcando e sborrando, mentre seduti sui motorini fumano e ammazzano le zanzare del Bosco in città. E tante zanzare si saranno accanite sulle ferite sanguinanti di Samantha, viado brasiliano di João Pessoa, che ha agonizzato ore e ore nel fossato dove l’avevano scaricato i tamarri trasfigurati in assassini, dopo averlo riempito di insulti, di botte, di coltellate, di sperma. E di piscio, scaricatogli addosso a sfregio, sulle ferite aperte e pulsanti, mentre si passavano una sigaretta, forse indifferenti, forse compiaciuti. L’ultimo insulto, l'ultima punizione per aver detto no, per aver avuto solo 60 euro nella borsetta. Che avrebbero gettato alcuni minuti dopo dall'auto in corsa, all'uscita di Rozzano. Incuranti di ciò che avevano fatto. Indifferenti al male. Ormai lontani dal trans, non più Samantha la tettona mulatta che "saffare bene i chinotti" ma Gustavo, il ricchione che "mi ha pure sporcato il cazzo dimmerda 'sto schifoso".
Moriva poco dopo, Gustavo "lo schifoso", mentre i suoi carnefici si infilavano sotto le coperte: la fine di una giornata diversa dalle altre. Per loro.
La fine di una Via Crucis, per Samantha.
Della vita. La sua.

 

Scritta da simoreis il 14/04/20090 commenti

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