Storia

 


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Manu Chao dice la sua
“Welcome to Tijuana
Tequila, sexo y marihuana
Welcome to Tijuana
Con el coyote no hay aduana”
(Manu Chao, Clandestino, 1998)

Quante sono le città il cui monumento più importante ne diventa l’emblema? Chi pensa a Parigi, a essa associa la Torre Eiffel. Per Roma c’è il Colosseo, per Barcellona la Sagrada Familia, per Londra il Big Ben. Andando oltre le grandi capitali europee, a Sidney si associa il Teatro dell’opera, a Rio il Cristo Redentore. Può però accadere che non sia l’arte, ma un elemento simbolico a creare l’identificazione: si pensi al Muro per Berlino o a Piazza Tiananmen per Pechino.
Se con due amici ci si trova in California, la terra delle palme, delle spiagge e delle macchine con la capote sempre aperta, che cosa s’avrebbe voglia di fare se uno dei due proponesse una serata a Tijuana, Messico? Si penserebbe alla famosa canzone di Manu Chao che ne parla e ci si preparerebbe a una gita ai confini della legalità: Tijuana è associata alla tequila, al sesso e alla marijuana. A me, al mio amico Big Z, italiano in via di conversione alla bandiera a stelle e strisce, e a Paci, il suo folle coinquilino persiano, l’idea non dispiace così tanto; con quasi lo stesso desiderio di conoscenza di chi s’accinge a visitare la Hagia Sophia o il Museo di Van Gogh, ci spingiamo al confine.
Nella mezz’ora di freeway 805 che precede l’arrivo in Messico, c’è anche spazio per le perplessità: è Big Z a chiedersi se le specialità locali ci offiranno solo sana follia e divertimento o se incorreremo in qualche rischio. Alle tipicità della zona pare infatti che sia associato il commercio di altre droghe più alla moda, di solito causa di feroci lotte tra narcotrafficanti. Paci, il più esperto in illegalità asssortite, minimizza: è già stato a Tijuana e sostiene che basta non esagerare davvero troppo perché nessuno dica nulla. Al massimo, se ci troveremo in difficoltà, sarà sufficiente avere sempre con sé qualche dollaro. Preoccupante: per paura di perderli ho lasciato a casa bancomat e carta di credito.
Piuttosto, aggiunge, dovremmo concentrarci su una necessità pratica: la Mustang non va portata oltre confine perché, oltre all’obbligo di stipulare un’assicurazione apposita, si corre il rischio che subisca danni ogni volta che la si parcheggia. Avrebbe potuto suggerire il trolley, il tram, ma, vista la voglia di godersi la serata, ha preferito evitare di vincolarci agli orari di rientro.
I grandi cartelli verdi della freeway scorrono veloci e, fino a quello con la scritta Camino de la Plaza - Last USA Exit, le insegne luminose continuano ad alternarsi alle palme come guidate da un metronomo ben bilanciato. È un ritmo che cattura e desensibilizza gli occhi, ma che è parte del codice genetico degli Stati Uniti d’America. Nulla sembra anticiparne la fine, come sarà quindi il Messico? Pieno di casette bianche ai cui piedi uomini baffuti siedono facendo la siesta o la copia conforme di San Diego, con le sole insegne in un’altra lingua?
La paura di perdere l’uscita ci porta sulla corsia corretta con mostruoso anticipo, ci sentiamo già in frontiera e percorriamo gli ultimi metri in territorio americano con la stessa adrenalina di un cacciatore che non sa quale tipo di preda sta per affrontare. Vogliamo trovare un parcheggio per dare inizio alla serata; per otto dollari ne troviamo uno non custodito, facciamo almeno in modo di scegliere quello più grande e affollato.
Siamo letteralmente a due passi dalla frontiera americana. Accanto, a dispetto delle numerose corsie, una selva di macchine attende in colonna; dall’altro lato della strada, un numero ancora maggiore si dà da fare per superare la dogana, la aduana, statunitense. Paci sottolinea che ogni giorno un milione di persone passa tra uno stato e l’altro; dei messicani, quando non dotati del visto d’ingresso, almeno uno perde la vita nel tentativo di raggiungere illegalmente l’eldorado. Ad aiutarli i coyote, i contrabbandieri di persone che tanto hanno contribuito alla decisione del Governo degli Stati Uniti di costruire un enorme muro che lo separi materialmente dallo scomodo vicino. In un clima per un attimo raffreddatosi, mostriamo in silenzio i passaporti e spingiamo la pesante porta girevole che ci porta in Messico. Adrenalina, la festa ha inizio.

I tassisti più intraprendenti ci aspettano alla fine del marciapiede, offrendosi per portarci dalle ragazze più belle. Non siamo qui proprio per questo, ma trattiamo per cinque dollari e saliamo. Il tassista parla l’inglese della strada, quello delle frasi fatte, degli ammiccamenti e delle parolacce. Gli chiediamo se conosce qualche altro posto che non sia una messa in vendita di corpi ma non c’è nulla da fare, non ci sente. O ha già una sua idea.
In pochi chilometri la mia curiosità è soddisfatta: la ricca e pulita San Diego ha già lasciato il posto al rutilante disordine messicano. La gente cammina in mezzo alla strada e la attraversa col rosso, le strade sono piene di cartacce, i sorpassi e gli incolonnamenti sono senza regole. Ancora, come non è difficile notare che qualcosa dello stile messicano è entrato a far parte dell’architettura di San Diego, così alcuni tratti californiani sono presenti nelle case di Tijuana. Solo, tutto è più cadente, più trascurato, più sporco.
Le differenze, in due città realmente attaccate tra loro, sono quindi palesi nelle strade e negli edifici, ma basta poco a capire che c’è di più, ed è quel senso di approssimazione e di genialità che non si può che attribuire alla latinità di questo popolo. E' il calor, la forza primitiva che fa sembrare che tutto possa essere travolto da un momento all'altro da una passione irrazionale.
L’alternanza tra la vivacità delle grandi vie illuminate, piene di gente poco affaccendata, e il vuoto buio di quelle secondarie mi colpisce e mi allarma, come se avvertissi il presagio di una minaccia imminente. E’ una mia suggestione o può veramente esserci qualcosa di pericoloso in questa città?

Manu Chao aveva ragione.
Veniamo scaricati di fronte a un club, a due passi l’Avenida Revolución, il luogo di perdizione per turisti di tutte le età. Di mancia all'americana neanche a parlarne, ma il baldanzoso tassista, speranzoso di ottenerne almeno una versione ridotta, non se ne va prima di aver capito se il pressante buttadentro all’ingresso del locale davanti a cui veniamo lasciati riesce nel suo intento. Sia io sia Big Z ci arrangiamo con lo spagnolo e resistiamo alle offerte, facendo fronte anche agli entusiasmi di un Paci già carico di fronte alla proposta di due drink e magnifiche ragazze per soli sei dollari.
Entrati nell’Avenida, i primi club: il Las Pulgas, che offre tequila a tre dollari dopo aver pagato un ingresso da otto dollari, e il più festoso Club Animale, che offre invece quattro consumazioni e l’ingresso per sette dollari. Interessante, ma la musica R’n’B che esce dalla porta mi tiene lontano. Convinco gli altri a passare oltre, verso un club più piccolo che espone semplicemente il cartello barra libre, bar libero, una volta pagato l’ingresso di dieci dollari. Insomma, per circa sette euro ti fanno bere a volontà! Voglio entrare al volo, ma dove si trova più un’offerta così?
Paci ci blocca. Il posto è deserto, non possiamo perdere tempo in un posto dove non c’è vita. Capiamo quale cerca quando ritorna verso il Club Animale per mettersi a discutere con il buttadentro di un altro piccolo club accanto, un baffuto e rotondo messicano senza qualche dente ma dall'abbondante brillantina. Finita la trattativa, il persiano ci chiama a sé invitandoci a salire. Lungo le ripide scale, altri messicani dai tratti simili al primo ci guardano con un misto di deferenza e complicità, come se avessero preparato per noi il paradiso dei sensi. Il buttadentro non smette di parlare, dice che è una brava persona, che ha famiglia, che ci tratterà bene e che è intenzionato a fare solo del buon business. Sì, usa proprio la parola business. Magnifico, quasi una birra gliela compro. Ci invita a sedere, offre una sigaretta e serve due birre; di fronte ai nostri sospetti, garantisce che se non faremo sedere al tavolo nessuna ragazza pagheremo solo la consumazione standard, attorno ai cento pesos. Panico. Chiedo alla barista, una matura signora dagli occhi stanchi, e mi rassicuro: cento pesos sono più o meno dieci dollari.
Paci è sparito, io e Big Z ci guardiamo attorno: nel locale c’è un americano, riconoscibile dal cappello da cowboy, e uno stuolo di brutte ragazze seminude che si avvicinano ora a noi ora a lui. Troppo poco aggraziate, troppo segnate dalla vita per farci andare oltre la prima birra d’ordinanza; meglio aspettare il ritorno di Paci, che si presenta dopo una ventina di minuti con l’amico buttadentro e un’inequivocabile agitazione muscolare dela mascella.
A un Paci che esalta la straordinaria qualità del suo acquisto s’affianca in breve un Big Z insofferente, non a suo agio tra polveri da naso e brutte ragazze. Non la vedo bene. Il persiano divaga su Tijuana, la città fatta per spendere, e, uscito, si butta in uno dei tanti negozi dell'Avenida in cui si vendono bigiotteria e tessuti. S’interessa a due braccialetti d’argento per una ragazza che le piace, dal costo complessivo di ottanta dollari. Trattano a settanta, poi a sessanta, io gli suggerisco sottovoce di abbassare a quaranta; Paci è perplesso, ci prova, il negoziante accetta subito, a patto che ci impegniamo a tornare con altri amici. Paci riesce a rispondergli che sì, se i braccialetti sono di vero argento, tornerà di sicuro. Questo ragazzo ha bisogno di passare un po’ di tempo in Italia prima che qualcuno gli venda la fontana di Trevi.

Sfruttando il successivo momento di pausa, Big Z si defila verso il Club Animale. Sperando che fra non più di tre o quattro locali abbia esaurito la sua voglia di sensazioni forti, preferisco restare con Paci e non lasciarlo solo: un persiano cresciuto a Teheran, formatosi a Los Angeles ma ancora con le ingenuità del Garrone del libro Cuore, in più tirato duro come neanche Maradona, dove può finire in una città del genere? Neanche il tempo di preoccuparmi che mi trovo a inseguirlo in un altro locale, un vero e proprio strip club come l’insegna Gentlemen’s conferma. Per raggiungerlo, passiamo di nuovo dal Las Pulgas, che dopo il secondo passaggio m’intriga: dai finestroni di vetro si vedono ballare un sacco di persone, ben poche delle quali sembrano turisti. Ma c'è da star dietro a Paci.
Arrivati al club, l’accoglienza è sempre deferente, questa volta abbinata alla professionalità. Il posto è elegante e pulito, per i sei dollari d’ingresso ci vengono offerte due consumazioni e un posto in prima fila per ammirare le ragazze sulla pedana dello strip. Con Paci ci siamo: “We are the kings. I like." Un affabile cameriere raccoglie le consumazioni, il livello medio delle signorine è migliorato; non a caso, qualche tavolo è occupato. La mia prima tequila messicana arriva accompagnata da un’alta e longilinea chica che mi si siede in braccio. Non reagisco, ed è naturale: non ricordo di aver mai avuto in vita mia dei contatti con un corpo così, mi sembra di essere uno stilista etero che veste la sua migliore modella prima di una sfilata. In un attimo dimentico Paci, Big Z, Tijuana, la giustizia e la moralità.
Troppo tardi realizzo che Paci mi ha rimesso su un taxi. Il ritorno alla realtà è traumatico, ho perso la mia chica e un profondo senso di scoramento mi assale quando le sicure luci dell’Avenida svaniscono alle mie spalle.

L’importante è essere protetti.
Il tassista ci riporta dalle parti del confine per lasciarci in una sala massaggi con tanto di prezzi per la pulizia del viso, la ceretta e tutti i bravi trattamenti che di giorno rendono più belli. Invitatolo a non lasciarci soli, vedo Paci entrare nel salone per uscirne subito dopo: ragazze troppo brutte, vuole le modelle. La guida riparte verso un altro posto che ritiene di prima scelta, un locale da cui si torna con mio grande sollievo a vedere il grande arco che sovrasta l’Avenida Revolución. Stavolta lo congediamo ma, prima di andarsene, è lui ad avvisarci: siamo sul lato opposto dell'Avenida rispetto alla zona per i turisti, dietro l'arco. E non è una zona sicura.
Paci si butta nel club, io mi fermo un'altra volta all'esterno. Il re persiano esce dopo una veloce ricognizione: brutte, “I don't like, I want models". Aridaje.
E' il momento di tornare verso la zona franca, la poca luce e la quasi assenza di persone suggeriscono di tenere presenti le parole del tassista. L'arco è poco distante, al centro sta la beffarda scritta Welcome to Tijuana. Ci affrettiamo, la diffidenza si trasforma passo dopo passo in inquietudine, nemmeno duecento metri ci separano dalla luce; nella mia immaginazione, una moltitudine di occhi comparsi dal nulla ci fissano. Stop. Dei fari lampeggiano, una volante effettua un’inversione di marcia e s’avvicina. Salvi!
No. Veniamo messi con le braccia sul cofano e perquisiti con scrupolo: ci chiedono se abbiamo con noi droga o armi e solo il mio conciliare in spagnolo tiene a bada un atteggiamento troppo aggressivo; abbiamo faccia, vestiti e modi di fare da turisti, non possiamo essere né spacciatori né narcotrafficanti. Vogliono solo scoraggiare quelli che gli capitano a tiro o intendono farci qualche scherzo? E se ci dovessero mettere addosso qualcosa per poi ricattarci? Su di me non trovano che due dollari, a Paci aprono il portafoglio; ridono del suo passaporto iraniano.
Accettato il fatto che non abbiamo addosso nulla di illegale, ci lasciano rimettere a posto le nostre cose e, cambiando tono, affermano con voce persino troppo conciliante che è loro dovere proteggere i turisti e vigilare sulle persone sospette. Avvisano che siamo finiti nella famigerata Zona Norte, il distretto a luci rosse; anzi, a loro dire siamo addirittura nei pressi della Coahuila, la via più malfamata di tutte. Ci invitano a ritornare nel ghetto turistico, accettiamo senza discutere: con ancora l'adrenalina nel sangue, in pochi istanti siamo all’arco. Intimo a Paci di mettere a riposo gli ormoni, voglio un bar normale e una tequila.

La via che si apre alla nostra destra, la Arguello, ha quell'aspetto che hanno le vie messicane nei parchi da divertimento, con case che paiono finte da tanto sono colorate e sorridenti. All'incrocio con l'Avenida è celebrato il tripudio kitsch della Tijuana Zebra, l'attrazione locale consistente in un carretto dai mille colori trainato da un mulo dipinto a strisce in modo da sembrare una zebra: il mulo così conciato fa presenza, il fotografo offre il souvenir. Fantasia al potere, dalle Ramblas di Barcellona a Montmarte a Parigi il turista è l'oggetto del desiderio degli ultimi artisti rimasti. Come è un artista, a suo modo, la persona che vediamo in posa con due abbondanti turiste americane da cui scappa subito dopo la foto: Big Z, che sollievo rivederti!
Lo rendiamo subito partecipe della nostra avventura, Big Z racconta di essere scappato dal Club Animale dopo aver bevuto tutte le consumazioni perché la musica era insopportabile. Voleva la sua prima messicana e voleva ascoltare rock, ha chiesto e ha scoperto che per trovare una zona con tanti locali ma pochi turisti bisogna andare a Plaza Fiesta. Ci stava andando da solo in taxi quando è stato appunto chiamato per la foto dalle due americane non anoressiche; ora, però, vuole i dettagli di quello che ci è successo e si offre per il prossimo giro di tequila. Ci sediamo a un tavolo, di fronte a noi un gruppo mariachi con trombe, violini e chitarre che suona brani popolari e danzerecci.
Prima di ritornare all'Avenida, un gruppo di persone ci distribuisce pacchi di profilattici governativi affermando la necessità di essere sempre protetti. E' il segno che aspettava Paci, siamo di nuovo in ballo.
Nel primo club in cui ci imbattiamo un altro buttadentro invita a entrare con urla e mosse al limite del fanatismo. Io e Big Z lo odiamo, Paci entra, preceduto da un americano ciondolante dotato di un coupon che offre dieci minuti di massaggio gratis. Il marketing ha oltrepassato la frontiera.
Scendiamo le scale, il posto è da manuale tanto è sporco e decadente: arredato come la discoteca de La febbre del sabato sera, ha anche almeno la metà dei posti a sedere tagliati da coltellate che lasciano uscire l'imbottitura. Se il buttadentro è magnifico nel far sembrare il posto una reggia, il suo sorriso, dagli ampi buchi tra un dente e l'altro, fa perdere efficacia all’opera. Mentre parla, va sempre di più all'interno del locale, al riparo dalla luce. Non fa in tempo a scattare l'allarme interno che l'americano ubriaco si mette a urlare, distraendo il buttadentro col maestrale tra i denti. Restiamo da soli, noi e le ragazze. Sono tre, una è brutta e grossa, una ha grandi occhi dolci e lineamenti indiani, l'ultima, con gambe chilometriche su tacco dodici, ha un corpo mozzafiato ma ben poca sensualità. Non è difficile immaginare gli schieramenti successivi: Paci si butta sull’indiana dagli occhi dolci, Big Z sul corpo mozzafiato, io mi rassegno ad andare dall'altro lato della stanza rispetto alla bruttona. Non riesco a dimenticare la chica di poco fa.
Prendo una consumazione e assisto alla contrattazione tra i miei amici e il buttadentro-buttafuori, rabbonito nel vedere il successo delle due cortigiane: quaranta dollari il prezzo finale, di cui venticinque per la camera. Che pena, valgono di più quattro mura di una ragazza. Gli altri la pensano diversamente o non pensano proprio e spariscono.
Passano pochi istanti e mi sento chiamare da Paci: la camera è in verità uno squallido antro con un divanetto lurido in pelle sintetica, angosciante evocazione di incubi appiccicosi. Ma non è questo che turba Paci, in verità mi dà il suo bancomat chiedendomi di andare a ritirare dei soldi perché non può pagare la ragazza né vuole disturbare Big Z. Il buttadentro-buttafuori-magnaccia è di nuovo teso, mi segue tenendomi il fiato sul collo, io faccio qualche metro senza vedere sportelli ATM, poi realizzo che quella dei soldi era probabilmente solo una scusa per non essere costretto a consumare in quello schifo. Per il tuttofare diventiamo una perdita di tempo, in un attimo siamo fuori, aria.
La verità è che davvero Paci non ha più i soldi che aveva contato al momento di pagare il taxi bianco. Già. E’ che dopo quell’episodio i soldi non sono più usciti dalle sue tasche se non in un'occasione: quando siamo stati perquisiti. Altro che semplice controllo del portafoglio, uno dei poliziotti ha una mano più lesta di quella di uno scippatore da vicoli! Tutto, improvvisamente, torna... l'aggressività, la perquisizione certosina, il cambio d'umore a ispezione terminata. Cinquanta dollari puliti puliti, sottratti a un passo dal cartello di benvenuto Welcome to Tijuana. E ci hanno anche preso in giro, affermando che la loro missione è di proteggere i turisti.
Il pensiero va a Big Z: se la protezione offerta dai preservativi governativi è uguale a quella assicurata dai poliziotti, dovremo presto fargli da testimone in qualche iglesia nei dintorni, minacciato da uno stuolo di parenti senza denti intenti a vegliare su un pancione scocciato. “Take it easy, dudes, I had no sex: condoms were right, but they were just too small", “Tranquilli, non ho fatto niente: i preservativi erano a posto, erano solo troppo piccoli" dice una voce alle nostre spalle. Big Z, d’ora in poi non mi chiederò più perché da quando sei negli States ti hanno affibbiato questo soprannome.

Il re persiano.
In due chiediamo un'altra serata, o almeno un altro tipo di locali, il livello si sta facendo sempre più basso: Paci non voleva cercare le modelle? O sta solo smaltendo la paura provata coi poliziotti? Risponde che vuole tentare un'altra sala massaggi, è sicuro che troverà il posto giusto: se non andrà bene anche in questa, andremo in Plaza Fiesta o al Las Pulgas.
La mascella indurita si è rilassata, il sorriso ritornato normale: veniamo di nuovo convinti dalla sua promessa di adoperarsi, da adesso, solo per noi, per farci sentire re come lo è stato Ciro il Grande. Dopo averlo retto tutta la sera, possiamo cedere un’ultima volta.
Fermato un macchinone a metà tra una berlina e una limousine, chiede all'autista se sa dove trovare le migliori ragazze di Tijuana. La risposta è scontata come quella di uno spacciatore cui un cliente chiede di procurargli la roba; ci sediamo sul sedile di dietro e lasciamo che l’ennesimo aiutante si sistemi accanto al guidatore. L'atmosfera è serena, le guide paiono contente di aver trovato ben tre stranieri che appaiono disposti a spendere, l'allontanamento dall'Avenida non offre più le sensazioni di poco fa. Paci insiste più volte nel volere le donne migliori, mentre chiede fa accidentalmente cadere delle banconote nelle mani dei nostri accompagnatori. Arriviamo al Mermaids.
Veniamo accolti da un'estroversa ragazza che, prima in assoluto, ci porge un biglietto da visita su cui sono indicate anche le carte di credito ammesse. Ci presentiamo e veniamo fatti sedere in una sala dopo l'ingresso, accompagnati da una moltitudine di rassicurazioni sulla pulizia delle stanze e sull'igiene delle ragazze. Di fronte a noi ne sfilano una decina con lingerie da urlo, mentre i nostri occhi si viziano e il giudizio si forma. E’ dunque la passerella in esclusiva la meta finale di Paci, il suo modo di farci sentire privilegiati.
Entrati nel ruolo, esprimiamo perplessità sulle ragazze, col risultato che ce ne andiamo senza trascurare di distribuire mance per il disturbo. Sgridati i due accompagnatori, veniamo condotti nel posto migliore di tutti, la versione lusso del Mermaids, quello dove è impossibile non trovare la ragazza giusta: il New Body.
Arrivati di fronte a una piacevole villetta protetta da un elegantissimo buttafuori, ci accoglie un'affabile signora cui si affianca un tizio che pare essere un manager, tanto è ben vestito e curato. La brillantina è sempre presente, questa volta i denti ci sono tutti; il modo di fare indica una certa sicurezza, il sorriso cerca condivisione. Prima comunica le tariffe per un’ora di massaggi, quaranta dollari per stare con una ragazza, sessanta per due. O cinquanta e ottanta, rispettivamente, se ci si vuole trattare bene e s’include l’idromassaggio. Poi, chiama il suo esercito di ragazze, vestite da studentesse supersexy: calze bianche al ginocchio su tacco alto, minigonna fasciante a quadretti rossi, camicetta bianca e cravattino nero. Ognuna si presenta per nome, tra le più belle, Abril, Denisse e Azul sorridono maliziose, Zamantha, invece, ci guarda dall’alto di un corpo statuario. Paci incoraggia a sentirci suoi ospiti e ci sprona a scegliere, anche due ragazze a testa. No, dunque non aveva in mente solo la passerella! Sono turbato, affascinato e di nuovo incantato: non riesco più a farmi da parte e non esito. Per me Abril e Denisse, per Big Z solo Zamantha, che fa per due. “I like my friends very much” è l’ultimo commento che sentiamo prima che si spalanchino le porte del paradiso.

Manu Chao non ha detto tutto.
Il primo contatto col mondo è l’espressione ebete di Big Z, il secondo è il sentirmi dire che ho la sua stessa espressione ebete. Il mio grosso amico spende i suoi ultimi dollari per lasciare la mancia alla signora affabile e ci facciamo riaccompagnare nell’Avenida. E’ molto tardi e, con la notte ormai consumata, resta un’ultima meta: il Las Pulgas, il locale poco frequentato dai turisti.
Entrati con i pesos di Paci, visto che nemmeno Big Z ha osato portare con sé il bancomat, ci troviamo dopo l’ingresso in uno spazio vuoto da cui si accede a tre sale. La prima, sulla nostra destra, è quella che si vedeva dalla strada e diffonde sempreverdi nazionali come La Bamba, alla seconda non accediamo causa concerto country che richiede un supplemento di biglietto, nella terza c’è quello scampolo di vero Messico che finora è mancato. La brillantina impera sempre, gli accenti anglosassoni un’eccezione, la camicia bianca ampiamente aperta sul davanti la tenuta da battaglia preferita dai ragazzi. Se ai tavolini la gente va avanti a secchielli pieni di bottiglie di birra, chi sta in piedi si butta sulla famosa tequila a tre dollari l’una. La musica spazia dal tex-mex, o tejano, al lento, l’inedita atmosfera di tranquillità ci porta a girovagare tra le coppiette in pista, intente nei loro rituali. Nessuno ci rivolge uno sguardo, ma come biasimare un atteggiamento del genere quando per i ragazzi del posto non siamo che i soliti turisti che alimentano i soli introiti dei trovasostanze e approfittano delle loro ragazze ?
Non lesiniamo con le consumazioni gentilmente messe in saldo ma ci stanchiamo subito e ci spostiamo nella prima sala. E’ tardi, ormai lo spettacolo offerto è il desolante ballo di gruppo in stile Macarena che finora avevo visto solo nei villaggi turistici. E’ finita, il Las Pulgas non offre di più; non una delusione, semplicemente un mondo a sé, in cui avremmo dovuto entrare prima. Big Z e Paci escono in strada, io resto a bere l’ultima tequila, magari riesco a ballare un lento con una ragazza messicana uscita, almeno lei, solo per divertirsi.

All’uscita mi trovo i due che ho appena lasciato già alle prese con nuovi personaggi. Big Z discute del suo soggiorno a San Diego con Pachito, un ragazzo dai forti tratti indio che vi ha abitato per due anni. La sua storia è un esempio di fallimento politico: quando gli è scaduto il visto non è riuscito a trovare lavoro che non fosse in nero ed è stato rispedito in Messico alla prima infrazione, negli Stati Uniti impossibile da non commettere.
Ora vive alla giornata, alimentando quello che definisce il serbatoio dei rifiuti, un insieme di persone come lui che non possono più andare negli States ma che neppure sono in grado di tornare a casa verso sud, impossibilitati a trovare un lavoro che gli permetta almeno di pagarsi la traversata del deserto che c’è oltre Tijuana. Eppure, il contegno e la pulizia del suo aspetto mettono in risalto un orgoglio che induce rispetto, la voglia di farcela contando solo sulle proprie forze.
Più vacillante appare l’uomo con cui si intrattiene Paci. Anche se nei suoi lineamenti rimangono dei tratti di dolorosa dignità e antica fierezza, nel suo sguardo fanno capolino solo rabbia e smarrimento. Il vestito nero che lo fa sembrare il padre di Zorro e la chitarra che imbraccia per prodursi in dilettantistiche esecuzioni della solita La Bamba, non sono nulla rispetto alla suggestione che evoca quando parla della sua città. Anche Gonzalo, questo il suo nome, è una delle vittime della nuova economia della droga, quella che moltiplica solo i redditi di chi vi è coinvolto lasciando a piedi il resto della popolazione. Il suo problema è che, a dispetto delle rughe che ne solcano il volto, ha dei figli ancora piccoli e deve provvedere al loro sostentamento. Potrebbe cercare lavoro in una maquiladora, uno di quegli stabilimenti industriali di assemblaggio diffusi lungo tutta la zona di confine, ma le pesanti condizioni di lavoro e la paga bassa trasformano le persone e lui non vuole che gli succeda. Indica il Las Pulgas e afferma che proprio dalle maquiladora vengono molti dei suoi frequentatori, persone che non sanno divertirsi come una volta, che non pensano che a se stessi, che non guardano più nemmeno in faccia. La beffa è che da tutto questo il Messico neppure guadagna, visto che le maquiladora sono di proprietà dei gringos, che tra l’altro lavorano in regime di esenzione fiscale.
Paci si scalda raccontando quello che ci è successo, Gonzalo indica i numerosi pickup carichi di visi pallidi che hanno di colpo riempito l’Avenida. Sono tutte macchine della polizia: sapendo che ben pochi parlano lo spagnolo e che è proprio a fine serata che possono maggiormente approfittare di stanchezza e ubriachezza, fanno il pieno di turisti spaventati da rilasciare solo dietro il pagamento di multe che non si sa chi vanno a ingrassare. Si arrabbia anche con noi perché, da gringos, ci mettiamo del nostro per aiutarli, con la nostra strafottenza che ci fa contravvenire anche alle più basilari regole di civiltà: a Tijuana hanno dovuto specificare che è vietato possedere armi da fuoco e droghe, girare nudi in pubblico, fare sesso per strada e disturbare la quiete pubblica con indosso maschere e costumi! La mia mente va ai mille film di feste nei college e rabbrividisco nell’immaginarmi che cosa possa succedere agli eterni adolescenti americani quando entrano in un Paese che credono senza regole. Gonzalo smette di inveire contro tutto e contro tutti e guarda verso la parete, attaccando un repertorio che rovina accordo dopo accordo. Tra le sue vittime, leggende come Bésame Mucho e Cuando Calienta el Sol. Vorrei suonare io, Paci gli dà cento pesos confermando di essere l’unico vero re rimasto sulla Terra.
Ci restano trecento pesos, di cui centocinquanta servono per tornare al confine e pagare il parcheggio. Sto per proporre un’abbuffata di gruppo a una qualsiasi delle bancarelle sparse ovunque quando Pachito distrae la mia fame raccontando una storia suggestiva: pare che San Diego sia addirittura la città in cui la California è nata, nel 1769, quando Junípero Serra, un frate francescano di origine spagnola, vi fondò una missione sulla cima di una collina oggi chiamata Presidio Hill. Il nome deriva dal forte, presidio, lì costruito dai suoi connazionali per avere una base operativa mentre cercavano di colonizzare il territorio californiano a scapito dei nativi Kumeyaay, da loro chiamati Diegueños. Dopo la guerra di liberazione dal dominio spagnolo, finita nel 1821, San Diego è stata messicana per oltre vent’anni fino alla Bear Flag Revolt, la Rivolta della Bandiera con l’Orso, che ha sancito il definitivo passaggio agli Stati Uniti.
Paci guarda estereffatto Pachito, che ricambia aprendo una bocca pure con pochi denti. Volendolo aiutare ma sapendo che mai accetterebbe soldi in cambio di informazioni date per cortesia, lo insigna del titolo di guida turistica e gli offre centocinquanta pesos. Sono gli ultimi che potevamo spendere, non resta che tornare a casa, in compagnia di un ragazzo che ha radici nell’altro capo del mondo, che in questo ha iniziato la serata comprando polveri magiche da un businessman senza denti, l’ha proseguita regalando quanto poteva ai suoi amici e l’ha finita donando tutto quello che rimaneva a un ragazzo appena conosciuto fuori da un locale.
Paci, da potenziale delinquente a re persiano a sacerdote del Karma.

 

Scritta da maxtromba il 24/10/20085 commenti

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Ultimi commenti

beh, direi allora che per una sola nottata ne ho viste anche abbastanza di cose no :)? e forse, il non essere entrato in giri meno legali, tanto per usare un eufemismo, non è stato così male, vista la guerra narcos in atto...

Inviato il 16/03/2009 alle 18.07 da maxtromba
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mbhuahahahahahahah, e che cavolo si mi ricordo di quei locali maledettamente troppo sporchi, troppo decadenti e troppo vuoti per esser veri, con quel bastardo di cameriere che ti acchiappava da dietro e ti infilava mezzo litro di quel coso che loro chiaman tequila o mescal o che so io.... ma credimi se ti dico: tu di tiquana non hai visto proprio niente: i sacchi di cocaina pronti a passare la frontiera o le porsche del "rock" dove per entrare passi sotto il metal detector.... a dimenticavo: a tiquana NON è vietato detenere armi da fuoco, è "sconsigliato"... e li in quella cazzo di discoteca si che c'erano le modelle... mbhuahahahah

Inviato il 24/11/2008 alle 23.41 da RedHansock
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GRAZIE X QUESTO MOMENTO DI MECXICO!! SALUTI AL BIG Z E AL SOCIO PACI E ALLE LORO AMICHE!!

Inviato il 02/11/2008 alle 1.00 da lucasni
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bella max:-) ogni tanto, come un vetro che s'infrange, arrivano frammenti del tuo essere...

Inviato il 29/10/2008 alle 16.56 da ylegreta
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Bravo Max! Il resto te lo dico a voce. Ste

Inviato il 28/10/2008 alle 21.33 da Faninu
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