Storia

 


Circoli Circoli

Le stelle non brillavano su Milano quella notte d'estate ormai inoltrata; Non più del solito almeno pensò tra sé e sé Daniel accendendosi l’ennesima sigaretta della serata. Erano da poco passate le 22.30, e lui era sdraiato sull’erba nel parco della Guastalla. In teoria il parco sarebbe dovuto essere chiuso, ma lui quella sera aveva ben altro per la testa. Dando un tiro alla sigaretta assaporò fino in fondo il sapore del tabacco che solleticava il suo gusto, la sensazione del fumo che gli entrava nei polmoni e la nicotina che entrava in circolo, dandogli una momentanea sensazione di tranquillità, che lo aiutò a rilassarsi.
Daniel era un uomo particolare, non tanto nell’aspetto, quanto nel carattere e nel modo di pensare. Era alto quasi 1,90cm, un tipo dal fisico robusto( si vantava sempre delle sue spalle, che effettivamente erano molto larghe), e con la classica pancia da bevitore che affligge la maggior parte dei diciannovenni come lui, ed in generale molti ragazzi adolescenti o che da poco ne sono usciti. I capelli castani erano perennemente scompigliati e una barba incolta gli dava un’aria più matura. Gli occhi non erano particolari, erano, come diceva sempre lui “banalmente marroni”. Nel complesso si poteva definire un bel uomo, ma non certo uno di quelli per cui le ragazze si girano quando lo vedono per strada. Eppure nonostante questo aveva sempre avuto successo con le donne, tanto da farsi la nomea di puttaniere tra i suoi amici. In 7 anni aveva avuto numerose ragazze, ma non era mai riuscito a far durare una storia per più di 1 mese. Aveva un carattere solare, raramente le persone intorno a lui si annoiavano, sembrava che non avesse mai il minimo problema, ma in realtà questa era solo una facciata, una maschera con cui era solito nascondere la sua sofferenza. Era però così bravo a recitare quella parte, oppure erano così superficiali quelli che lo circondavano, che alla fine erano pochi gli amici che effettivamente se ne accorgevano.
Quando stava troppo male, inforcava la sua moto e se ne andava da qualche parte, solitario, con la sola compagnia delle sue sigarette, e rimaneva fermo, sdraiato o seduto, a fumare e guardare il cielo…a pensare. Questo era il suo modo di soffrire… in silenzio e lontano da tutto e tutti: questa era una di quelle volte.
Inoltre al collo teneva sempre un ciondolo d'argento a forma di pentacolo, la stella a cinque punte che rappresenta la magia. Sì, perché per quanto strano o assurdo potesse sembrare lui credeva nella magia, non in quella da film o da libri alla Harry Potter, una forma di magia diversa, più legata alla natura, che non consente di creare fulmini o uccidere, ma che può aiutare a comprendere maggiormente cosa pensa una persona, e cose simili. Autosuggestione, caso o quant'altro lui ci credeva davvero, e non lo nascondeva, anzi lo diceva con orgoglio, perché quella era la sua unica fede, e ne andava fiero.

Guardando il cielo plumbeo e triste di Milano, i pensieri gli attraversarono il cervello, e lentamente e quasi senza rendersene conto, si estraniò da tutto quello che lo circondava. Solo il rumore rumore delle macchine che sfrecciavano fregandosene dei limiti di velocità, le urla e gli schiamazzi di qualche compagnia di adolescenti ubriachi e il crepitare delle sigarette, che bruciavano consumandosi, gli facevano da sottofondo.

La sua mente iniziò a tornare indietro, e si fermò a quando aveva 11 anni, al primo giorno della scuola media, a quando tutto era cominciato, a quando tutto era iniziato…a quando aveva visto lei. Nonostante fossero passati quasi 10 anni ricordava quel giorno come fosse accaduto ieri. Era entrato in classe senza conoscere nessuno. Ai tempi era uno dei tanti bambini sfigati che frequentano la scuola media: capelli a caschetto, occhialini modello fondo di bottiglia e vestiti su cui è meglio stendere un velo pietoso. Mentre pensava a quel nuovo mondo, vide entrare qualcuno, stava per salutare quando le parole gli morirono in bocca; era appena entrata una ragazza, per molti sono una nuova compagna di classe, per Daniel il primo e unico vero amore della sua vita. I dettagli di quel incontro non li ricordava perfettamente, a dir la verità gli aveva rimossi volontariamente, come altre figuracce fatte con lei, molte figuracce che si erano susseguiti nel loro rapporto.
Lei si chiamava Federica, e da lì a pochi giorni si misero insieme, se così si può dire per due bambinetti delle medie. La storia durò solo 2 settimane, ma lasciò una profonda cicatrice in lui, che soffrì da matti. Col tempo la ferita si rimarginò e loro 2 diventarono grandi amici, di quelli da film un rapporto che non avrebbe mai avuto con nessun altro, ma in fondo, lui continuava ad amarla, sebbene non avesse il coraggio di dirglielo. Quante occasioni in quei tre anni, quanti momenti in cui avrebbe potuto...avrebbe voluto dirglielo, ma alla fine non ne era mai stato capace, forse per paura di un nuovo rifiuto, o forse per paura di rovinare qualcosa, o chissà cos'altro: il risultato fu comunque lo stesso, per anni ed anni era rimasto nella sua stessa classe, osservandola ed amandola in silenzio.
Le medie finirono, e arrivarono le superiore, i due ragazzi andarono in scuole diverse, ma la loro amicizia rimaneva forte, almeno finché non accadde qualcosa. Lei si mise con un ragazzo americano, una storia importante, che sembrava destinata a durare, come effettivamente fu, e questo li fece allontanare. La colpa fu di Daniel che non riusciva a sopportare che lei non riuscisse ad amarlo, ma fu soprattutto del ragazzo di lei che la allontanò da lui, forse per gelosia o chissà cos'altro!. Per quasi un anno non si sentirono, i primi tempi non riusciva a mangiare, sembrava non gli importasse di nulla, poi, grazie ai suoi amici, alla lontananza di lei (che si era trasferita in un'altra città) riuscì un po’ alla volta a superare la sofferenza, ma come scoprì più avanti, con grande gioia, non era così. I mesi si susseguivano veloci e Daniel andava avanti nella sua vita, conoscendo varie donne, cercando di innamorarsene, ma finendo sempre per mandare tutto all'aria, per un motivo o per l'altro, fino al giorno della maturità, quando qualcosa interruppe la monotonia: per l'esattezza un messaggio di buona fortuna per gli esami. Un messaggio da un numero sconosciuto firmato solamente F.
Ci si scervello a lungo, dato che voleva evitare una figuraccia, ma alla fine, non riuscendo a capire di chi potesse essere, rispose al messaggio chiedendo chi fosse, e dopo un po’, appena prima di ricevere la risposta lo capì: era lei, Federica, proprio quella Federica che aveva rimosso, che a volte aveva odiato, che si era ricordata di lui. Lei che aveva deciso di troncare il rapporto non lo aveva scordato.

Semplicemente le rispose ringraziandola e ricambiando gli auguri, ma niente di più. Lui sapeva che lei e il suo ragazzo dovevano sposarsi quel luglio per quanto folle gli potesse sembrare la cosa. Con quel pensiero non voleva sapere nulla, avendo paura che la cicatrice che aveva avrebbe facilmente potuto riprendere a sanguinare. Doveva mancare poco al matrimonio, e quindi decise di archiviare quell'episodio come un semplice avvenimento sporadico, una gentilezza che non significava nulla. Finì l’esame, finì il liceo, e decise di passare un'estate folle come poche. Assieme ai suoi amici deciso di raccogliere più soldi possibili, decidendo poi di andare all'avventura per l'Europa. Girarono molti paesi diversi, fermandosi a dormire in macchina, a volte nelle panchine, raramente sotto un vero tetto. Si devastarono di alcool, di fumo e di qualsiasi altro vizio possibile, compreso il sesso. Fu un estate davvero indescrivibile, si direbbe indimenticabile, ma forse, il termine più giusto sarebbe che fu un estate per dimenticare. Tutti quanti avevano qualche cosa di cui volevano perdere il ricordo, e in quel casino, in quell'orgia dei sensi tentarono di seppellire quel dolore che lacerava l'anima sotto strati e strati di indifferenza.
Alla fine passò l’estate, e iniziò il periodo che più cambia un ragazzo: l’inizio dell’università! Sorprendendo tutti si iscrisse a Filosofia, una scelta che nessuno si aspettava, una scelta maturata nel corso dell'ultimo anno grazie ad un professore del Liceo, grazie alla lettura, ed in gran parte grazie ad un percorso interiore che lo portò a scoprire che nella sua vita desiderava scrivere, e Filosofia di certo lo avrebbe aiutato. In parte fu una sorpresa anche per lui quella scelta, ma ciò che lo avrebbe aspettato da lì a pochi giorni, e cioè a metà settembre lo sorprese ancora di più.

Una sera, un suo amico, Andrea, gli disse che nel weekend sarebbe tornata Federica, e che voleva vederli. Lui dapprima fu titubante, ma alla fine la voglia di vederla fu troppo forte, soprattutto perchè non aveva idea di quando avrebbe potuto rivederla, considerando che a quanto ne sapeva lui lei si era trasferita in America, dove viveva il suo ragazzo, ora marito, e quindi accettò mentre in cuor suo piangeva sapendo che anche quella minima speranza di poterla riavere si era spenta ora che era sposata. Quando arrivò sabato e la rivide, ebbe la netta sensazione che il cuore volesse uscirgli dal petto tanto batteva forte…era a dir poco bellissima. Era come se la ricordava, se non più bella: lunghi capelli castani con riflessi biondi che le ricadevano sulle spalle, i suoi profondi occhi verde/marrone ora non erano più coperti dagli occhiali e quindi si potevano vedere nella loro pienezza. Un sorriso dolce e malizioso allo stesso tempo sul viso. Non era cresciuto di un cm dall’ultima volta che la aveva vista, in contempo il suo fisico era ancor più bello e proporzionato: una scollatura prorompente, una vita sottile anche se non troppo, e 2 gambe bellissime. Tutti le dicevano che era perfettamente proporzionata, solo lei era convinta di essere grassa.
Daniel sorrise nel rivederla, nonostante tutto quello che sapeva e sentiva era bello rivederla.
La cosa più sconvolgente però fu quello che scoprì di lì a poco: Federica non si era sposata.
Lui rimase a dir poco felicemente colpito da quella scoperta. Iniziarono a parlare, del più e del meno e di quanto avevano fatto in quei lunghi mesi in cui non si erano rivisti. Parlarono poco del motivo per cui lei avesse rinunciato a sposarsi, e di come mai avesse lasciato il suo promesso sposo, ma ben presto la sua attenzione venne meno a ciò di cui parlavano, perchè Daniel aveva la forte sensazione che che Federica stesse flirtando con lui.

Un sorriso apparve sulle sue labbra mentre ricordava quel giorno e quasi a sottolineare quel piacere, si accese una nuova sigaretta, visto che l’altra era finita già da tempo, e inspirò a fondo. Tornò di nuovo con la mente a quel giorno, quando dopo una serata stupenda tra loro c’era stato il primo bacio, un bacio intenso, profondo, passionale, un bacio da film come si dice. Pensava di averla dimenticata, per più di un anno ci aveva creduto veramente, ma si rese conto, quando le sue labbra sfiorarono quelle di Federica, che non lo aveva mai fatto. Aveva deciso di convincersi di esserci riuscito, aveva deciso di credere che non la amava più e che era una storia chiusa, finita. Ma quella illusione si spezzò in quel momento, nel momento in cui lei era tornata nella sua vita, e l’aveva sconvolta come una tempesta…ma forse era questo che lui voleva in realtà.

Da quel giorno i due provarono ad iniziare una storia seria, una storia che durò quasi un mese,e che per Daniel fu l’equivalente di un sogno, ma che col tempo lui stesso logorò. Era geloso, stressante, correva a più non posso per affrettare i tempi, cercando di imporle i suoi voleri, e come era chiaro la storia finì. Come sempre fece finta di niente, a cosa sarebbe servito mostrare la propria sofferenza ad altri? A far soffrire altre persone? Però dentro stava da schifo.
Mangiava poco, all’università era svogliato, sembrava che nulla gli desse gioia, sembrava che nulla potesse smuoverla, sembrava una stella spenta, una persona che aveva perso la scintilla vitale: si sentiva svuotato, un involucro senza anima.

Iniziò a perdere peso, quasi dieci chili in meno di un mese, i tratti del viso si facevano ogni giorno più stanchi, ogni giorno le occhiaie che aveva sembravano farsi più profonde e le rughe intorno alla bocca, prima così nette per quanto rideva e sorrideva, scomparivano gradualmente. Nel pensare ciò, nel buio della notte milanese, Daniel si tocco la barba, ormai sua compagna inseparabile dato che non la tagliava mai, Alla fine anche per questo è utile, nasconde i tratti del viso si disse con un mezzo sorriso ironico, mentre spegneva la sigaretta per terra. E a quel gesto, per chiunque altro così normale, ma per lui denso di significati che pochi potevano comprendere si guardò il braccio sinistro, su cui si stagliavano3 cicatrici, segno chiaro di bruciatura. Sorrise di nuovo, ma stavolta amaramente, nel ricordare come se le era procurate. Come dimenticarlo d’altra parte?
Era stato il giorno di capodanno, quando era andato in vacanza al mare. Lui Federica ed altri loro amici erano andati insieme al mare, e lui dentro segretamente, covava la speranza di rimettersi insieme a lei, speranza che presto si sarebbe ritrovata a sbattere violentemente col duro muro della realtà.
Infatti Federica si innamorò dell’unico altro ragazzo che era con loro, ragazzo che proprio Daniel le aveva presentato. Credette di impazzire. La sofferenza si univa all’ironia della sorte, pensava che Dio avesse un pessimo senso dell’umorismo, e l’apice di quella che ormai era una sorta di follia fu toccata la notte di capodanno. In un pub lei e il suo nuovo ragazzo stavano vicini, a volte abbracciati, a volte a baciarsi; c’erano altre persone, ma Daniel non riusciva a vedere altri se non loro. Per tutto il giorno si era comportato da stronzo verso di lei, aveva fatto continue frecciatine e battutine allusive, ma lei non aveva mai colto, cosa che lo faceva infuriare, perché se almeno lei avesse risposto, avrebbe potuto vomitarle addosso tutta la frustrazione che provava, tutta la rabbia che lo logorava internamente. Federica non se la meritava, ma lui aveva bisogno di sfogarsi. Chiunque, lui compreso, penserebbe che peggio di così non si può fare altro, ma Daniel era sempre stato strano, un romantico, aveva il senso del dramma, e quella notte lo dimostrò chiaramente! Infatti, sull’orlo del precipizio della follia cui lo aveva condotto la sofferenza, e in preda ai fumi dell’alcool fece un ragionamento, tanto semplice nella sua lucida follia da essere agghiacciante: come dimenticare la sofferenza emotiva e la morsa che gli attanagliavano il cuore? Semplicemente col dolore fisico! Fu così, che davanti agli occhi stupiti dei suoi amici, si spense per 3 volte la sigaretta sul braccio, creandosi delle piccole ustioni di 3 grado. Ancora adesso ricordava distintamente, non tanto il dolore, ma il fascino che aveva provato nell'osservare le punta incandescente che andava a sfiorare la pelle; quel rosso intenso della sigaretta che richiamava il rosso della passione, il rosso dell'amore, ed il rosso del sangue, della sofferenza interiore.

Improvvisamente si ridestò dal suo fiume di pensieri, e con un balzo tornò in piedi, si stirò un attimo i muscoli indolenziti e guardò il parco in cui era. Con calma si diresse verso un albero, e con un unico gesto, dettato da un impeto di rabbia incontrollata sferrò un poderoso pugno diretto alla corteccia. L’albero non si scompose minimamente, come a deriderlo per il suo gesto, solo alcune foglie caddero, mentre le sue nocche iniziavano a perdere sangue. Le gocce cadevano al suolo come lacrime, lacrime che lui ormai aveva perso da tempo.
Daniel si accasciò a terra, e si prese la testa tra le mani, ignorando il dolore. Aveva un sorriso enigmatico sul volto, da allora erano passati quasi 7 mesi, e molte cose erano cambiate, era tornato con Federica, l’inizio era stato idilliaco, mai avrebbe dimenticato la prima volta che avevano unito i loro corpi e le loro anime, mai avrebbe dimenticato la prima volta che le aveva detto “Ti amo” guardandola negli occhi, come mai avrebbe dimenticato quando lei glielo aveva detto. Ma come nel più crudele dei copioni aveva ripetuto gli stessi gesti che la avevano allontanata a ottobre, e ora rischiava nuovamente di perderla. Aveva rifatto le stesse cose, anzi peggiori, e la colpa era solo sua, rischiava di perderla, e non trovava nessuno che potesse alleviare il dolore di averla fatta soffrire, di averla delusa. La sentiva distante, ogni giorno più fredda, più lontana, ed ogni giorno pensava che il loro rapporto non si sarebbe più ripreso; un tempo si sarebbe fermato a piangere, avrebbe maledetto il mondo e avrebbe cercato qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno su cui sfogarsi, ma ora no, ora era cambiato.
Si alzò da terra, si fasciò la mano sanguinante con un fazzoletto, si accese l’ultima sigaretta del pacchetto, e uscì dal parco della Guastalla così come era entrato, scavalcando i cancelli chiusi. E mentre tornava a casa, fumando la sua ultima sigaretta, e pensando che stavolta non si sarebbe arreso, che se anche tutto fosse dovuto finire avrebbe lottato fino all’ultimo, per non avere rimpianti, le macchine continuavano a sfrecciare. Quello era l’unico rumore, unito al crepitare della sigaretta, e ai suoi passi che faceva da colonna sonora ad una triste sera di riflessioni, che nessuno avrebbe potuto sapere dove avrebbe portato. Daniel lo scoprì pochi giorni dopo dove avrebbero portato, ma forse avrebbe preferito non saperlo mai.

La mattina dopo si svegliò tardi, un lusso che raramente riusciva a concedersi, ma che ora che i suoi genitori erano andati in vacanza lasciandolo da solo apprezzava come non mai, soprattutto considerando come si sentiva.
La giornata la passò a fare le faccende di casa, a studiare e a fare di tutto per evitare di chiamare Federica: avevano deciso che sarebbe stata lei a chiamarlo, dopo l'ultima litigata furiosa avuta qualche giorno addietro lei voleva stare un po' a pensare da sola, ma per lui era dannatamente difficile non chiamarla. Verso sera, quando il sole lasciava il posto alla luna credette di impazzire: voleva chiamarla, doveva chiamarla, ma al tempo stesso non poteva, sapeva che nel momento in cui l'avesse fatto l'avrebbe persa per sempre, e quindi decise di andarsene da casa finché quel pazzo desiderio non si fosse calmato. In fretta e furia prese i primi vestiti che gli capitarono sotto mano, prese il portafoglio, le chiavi di casa e della moto e scese in garage, evitando accuratamente di prendere il cellulare.
Aprì la porta del garage ed accese la luce, osservando nella penombra la sua Honda Cbr 600 che pareva luccicare in maniera sinistra, unica cosa che gli potesse dare modo di non pensare a Federica per almeno qualche ora. A mano la portò fuori, richiuse il garage e la inforcò, assaporando quella sensazione. Federica aveva sempre avuto paura delle moto, e quindi, al contrario della macchina, la sua Honda era una delle pochissime cose, per non dire l'unica cosa che non avesse un qualche legame con la sua immagine, l'unica cosa che non gli ricordasse lei.
Accarezzò per qualche istante la lucida carrozzeria nera e blu, i colori dell'Inter, la sua squadra, e poi la accese, ascoltando il rombo del motore che si levava sempre più in alto. Si infilò il casco e poi via, partì a tutto gas, senza pensare a niente ed a nulla, rifugiandosi in quel mondo dove c'era solo lui. All'inizio vagò senza meta per Milano, quasi divertendosi a cercare vie laterali e sconosciute, e zone dove non era mai stato, ma alla fine dovette rinunciare a quel gioco: andava troppo piano, ed inevitabilmente i pensieri iniziavano ad accavallarsi, andando inevitabilmente verso un unica direzione: Federica. Gli serviva la velocità, gli serviva lo stadio successivo della solitudine, andare al massimo con la sua moto, andare talmente veloce da doversi occupare solo di non cadere, da non avere il tempo di pensare a niente se non a guidare. Deciso andò in piazza Bonomelli, poco dietro a casa sua, dove c'erano una tabaccheria aperta anche a quell'ora ed un bancomat dove prelevare. Prese cento euro dal suo conto, poi andò a comprare un pacchetto di Marlboro rosse morbide, accendendosi subito una sigaretta che si gustò in maniera particolare quella sigaretta e di nuovo inforcò la moto, diretto verso l'autostrada. In pochi minuti arrivò all'autostrada che portava a Bologna, e senza esitazione la prese, iniziando ad accelerare sempre di più, infischiandosene di ogni limite di velocità, mantenendo alla fine una velocità di crociera di circa 180 km/h e superando con mosse spesso azzardate, per non dire folli, le macchine o i camion che trovava sulla sua strada. Ben presto tutto scomparve dalla sua mente, lentamente ogni problema, ogni pensiero si fece sempre più indistinto, fin quasi a scomparire, lasciando solo lui, la sua Honda, il fischio del vento nelle orecchie e la luce dei fanali che squarciavano la notte.
Guidò per ore ed ore, perdendo ogni concezione del tempo, fermandosi solo di tanto in tanto a qualche autogrill per bere un caffè, tanto per essere sicuro di non addormentarsi, fumarsi una sigaretta, e quando serviva fare il pieno di benzina. Dopo circa quattro ore che continuava a guidare, senza aver la più pallida idea di dove era arrivato, decise che era il momento di tornare nuovamente a Milano, a casa. Gli piaceva guidare, e la sua moto era facilissima da tenere, ma era comunque stancante, e non voleva ammazzarsi per uno stupido colpo di sonno.
Arrivò in città che stava albeggiando e, distrutto per quella strana nottata, che però gli aveva dato una certa pace, tornò a casa, mise a posto la moto e salì in casa, finendo per addormentarsi sul letto ancora vestito.


Si svegliò circa alle tre del pomeriggio, e dopo essersi fatto una lunga doccia decise di mettere qualcosa sotto i denti, ma la sua idea fu interrotta dal telefono che squillava. Maledicendo il fatto che squillava ogni volta che doveva fare qualcosa andò a rispondere, e quando sentì la voce di Federica rimase per qualche secondo completamente pietrificato. Ripresosi dalla sorpresa, scambiò i soliti convenevoli ed andò a sdraiarsi sul letto, pronto a dirle tutto quello che aveva pensato negli ultimi giorni. Iniziarono a parlare di tutto meno che di loro, di quello che stava succedendo tra loro. Durante quella telefonata però la sentì strana e, senza che se ne rendesse conto, la sua mente iniziò ad essere attraversata da un pensiero, che pur senza avere nessuna base reale, non riusciva ad abbandonarlo, e lentamente gli trafiggeva il cervello. Era da un po’ di tempo che Federica gli chiedeva informazioni su un suo amico, un suo ex compagno di liceo; la cosa se fosse stata vaga non sarebbe stata sospetta, ma le informazioni che chiedeva lei erano molto dirette, cosa gli piaceva, come andava con la sua ragazza e cose simili. Daniel aveva il difetto di non voler vedere la realtà, soprattutto quando si trattava di lei, ma non era uno stupido, e non gli ci volle molto a fare 2 più 2 e arrivare alla conclusione che Federica si fosse presa una cotta per lui. Decise alla fine di chiederglielo, glielo chiese numerose volte prima che lei lo ammettesse, ma alla fine dovette cedere. Daniel reagì come faceva sempre quando stava troppo male…non fece nulla. Rimase in silenzio, steso sul letto al telefono con lei, accendendosi una sigaretta. Capitava di nuovo nella sua vita, il copione si ripeteva, ma ogni volta faceva male come la prima, e questa volta era doloroso come non mai. La donna che amava, che aveva sempre amato si era presa una cotta per uno dei suoi migliori amici, che tra l’altro era famoso per essere un bastardo…e in quel momento era fidanzato da quasi un anno. Quel giorno la conversazione durò pochi minuti ancora dopo quella notizia, poi lui decise di terminarla: il dolore era troppo forte per resistere. Rimase sul letto ancora per molto, i secondi sembravano minuti, i minuti sembravano ore, le ore giorni; perse il conto del tempo che rimase sul letto, fermo senza fare nulla, solo a fumare, a guardare il soffitto e chiedersi semplicemente “Perché?”. Si rivide pochi giorni prima, col pugno sanguinante che usciva dal parco pieno di belle speranze, di voglia di lottare: ora quelle idee si scioglievano come neve al sole. La giornata passò senza che facesse nulla, non si alzò nemmeno per mangiare, per cambiarsi prima di dormire, rimase fermo, come in stato catatonico, incapace di reagire. Il giorno dopo le cose cambiarono, o almeno così voleva dar a vedere e a credere!
La chiamò , ci parlò come nulla fosse, sentì lei che gli chiedeva scusa, che gli diceva che probabilmente era una cotta momentanea e che sarebbe passata, che comunque non voleva far finire la storia, e altre banalità che a Daniel entravano da un orecchio e uscivano dall’altro Intanto però era comprensivo con lei, diceva che non c’era problema, lo diceva perché pensava solo che voleva che rimanessero insieme, cercava di convincersi che tutto si sarebbe risolto, ma alla fine, lei disse quello che lui temeva, quelle parole che gli fecero capire che la loro storia era finita senza speranza: “Sono proprio una stupida” esordì “qualunque altra ragazza ringrazierebbe il cielo di avere un ragazzo fantastico come te al suo fianco, invece io mi prendo una cotta per i tuoi amici…”. Probabilmente la frase di lei continuò, ma lui non la poté sentire perché il telefono gli cadde dalle mani e si infranse a terra in mille pezzi, proprio come il suo cuore: la conosceva da 10 anni, e sapeva che quello era il preludio della fine. Quella frase aveva infranto qualsiasi speranza fosse rimasta in lui, qualsiasi voglia di vivere si spense; non aveva la forza di reagire, di andare avanti senza di lei, non voleva sopportare l’ennesima beffa del destino.


Con lentezza esasperante si alzò dal letto, prese un libro, poi scrisse con mano tremante poche righe su un foglio preso a caso dalla scrivania e andò in cucina; qui dopo aver tirato fuori un coltello dal cassetto andò in bagno e si sdraiò nella vasca. Chiuse gli occhi e si passò la lama prima su un polso, poi sull’altro, infine scagliò il coltello contro lo specchio infrangendolo 7 anni di sfiga pensò tra sé e sé quasi divertito ma tanto a me non rimangono nemmeno 7 minuti di vita. E mentre il sangue scorreva via dalle sue vene, e la vita lo abbandonava, lesse quelle poche righe che aveva scritto prima:

"Non pensate che il mio sia un gran gesto dettato da chissà quali profondi ideali, e soprattutto tu Federica, non pensare che sia colpa tua, tu hai solamente seguito il tuo cuore, da cui purtroppo io ero stato scacciato come amante, di cui io non ero destinato a far parte. Questo gesto lo faccio per puro egoismo e pura codardia, non pensando a chi mi è intorno, al dolore che provocherei a coloro che mi vogliono bene, sempre che ve ne siano. So solo che non voglio affrontare quello che mi riserva ancora la vita, ho preso troppe batoste, ho cercato di rialzarmi troppe volte, ma adesso non ne ho più voglia, non voglio più soffrire. Per questo vi chiedo, e consideratelo il mio testamento, come l'ultimo desiderio di un uomo che muore. Non ricordatemi come una grande persona o come un vero uomo, ricordatemi per quello che sono, un codardo suicida che ha avuto paura della vita”.

E mentre leggeva queste parole calde lacrime iniziarono a scorrere sul suo viso, e andarono a cadere sul libro, quello che era stato il loro libro, che avevano letto ogni sera insieme prima di addormentarsi, ed in cui lei aveva scritto una dedica che aveva avuto il potere di farlo andare avanti... l'unico ricordo tangibile della loro storia, confondendosi con le gocce di sangue che lo macchiavano. Sono nato da un gesto d’amore, e ho deciso di morire per amore, questo fu il suo ultimo pensiero prima che l’oblio cadesse su di lui, trascinandolo con sé, nell’abbraccio della morte. Gocce di sangue caddero ancora per molti minuti dal suo corpo ormai inerme, producendo un rumore ritmico sul pavimento, forse lo stesso rumore che avrebbero provocato le lacrime di Federica quando avesse appreso la notizia della sua morte, quando avrebbe compreso quanto era profondo ciò che provava per lei, e che, nonostante tutte gli sbagli, tutti gli errori che aveva compiuto, il suo era un amore puro e sincero, un amore vero.
Questo però Daniel non lo avrebbe mai potuto sapere.


 

Scritta da Fenice il 15/04/20090 commenti

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